Come questo telo verde, mangiato dal tempo, tenta ancora di riparare ciò che non esiste più, così ci si sente oggi, nella lotta disperata a voler proteggere ciò che è sepolto sotto uno strato di macerie consolidato da un anno.
Due anni di lacrime, abbracci, urla, discussioni, tentativi di spiegare, solidarietà, disincanto, amori nati, amori spenti. Due anni di fatica, con il ritmo del cuore sempre accelerato, con sulle spalle il peso di sentirsi protagonisti di un’epoca che ha il compito di ricostruire ciò che molti non potranno rivedere. Un compito che spetterebbe a chi oggi ha ancora la voglia di calare teli verdi intatti, ma che di fatto non desta interesse potendo scegliere tra il rimanere a guardare il proprio orticello o arrabattarsi a coprire con i brandelli di ciò che si ha a disposizione, le ferite sanguinanti di una terra messa da parte.
Siamo noi uomini che distruggiamo, con il nostro pensiero per niente costruttivo. Con i nostri interessi calati nel bisogno di riempire quei vuoti che il terremoto ha scoperchiato. Tutti arroccati nelle nostre posizioni, visibilmente infastiditi da questi fari puntati da chi non si arrende e non vuole spegnere la luce. -“Sarebbe quasi meglio essere dimenticati”- sembra essere il pensiero tra le righe, che a guardare bene, l’inizio della neve forse, calerà quel silenzio che attendevamo.
Un silenzio pilotato, cercato. Quel silenzio che porta alla morte di una terra agonizzante. Ciò che ci si aspettava e che gli anziani avevano già da tempo verbalizzato, forse privi di disincanto, calati nella realtà di quella che è questa generazione, arresa, spenta, proiettata al presente e mai al futuro, diligentemente incasellata in un buchetto stretto, in attesa che siano altri ad allargarlo, a costruire intorno, ma mai se stessi. Che è più facile forse stare a guardare, arresi, alla disfatta di ciò che era, mentre i ricordi svaniscono e si disintegrano, come questo telo verde dopo due anni di illusioni.

Ogni giorno, dal 30 ottobre 2016, mi sveglio nel cuore della notte e guardo passare davanti a me immagini di persone che non ci sono più camminare lungo le vie del paese. Quel paese, il mio, che ora non c’è più.
Le vedo adesso, camminare lì, nel mio paese senza vita, camminare sulle macerie, poggiare le mani sui muri sgretolati, alzare lo sguardo sul campanile la cui campana non suona più.

Ora il mio paese è il loro. Anime che viaggiano in non-luoghi. Siamo andati via noi vivi e sono tornati loro per non abbandonare il paese morto.

Vedo mio nonno appoggiato al bastone leggere il giornale seduto sulle scalette fuori della porta.

Vedo mia nonna nell’angolo tra il campanile e l’abside della chiesa. Quello è il suo punto preferito. Il posto migliore di tutto il paese, all’ombra, con le spalle protette dal muro.

Vedo mia suocera, seduta nel giardino sotto il grande pino, che fa l’uncinetto e osserva le persone passare. Mi guarda e mi sorride e mi porge il caffè.

Vedo Benedetto, in cima alla salita, prendere il sole a dorso nudo e cacciare noi bambini con fare brusco.

Mi giro e c’è AnnaRosa vestita di nero, con il fazzoletto in testa, seduta sul muretto, lo sguardo furbo e limpido . Vedo sua nuora Renata, sbracciarsi per il caldo, nonostante la neve, ha sempre caldo lei.

Lungo la strada sterrata, non so perché la vedo come prima che la asfaltassero, incontro Pio il pastore, con il cappello calato sugli occhi e la faccia che ride. Incontro gli occhi dolci di Mariano, quelli buoni di Peppe e Silvana.

Arrivo davanti la mia casa, e vedo quel giorno di agosto del ’98 quando incontrai mio marito, quell’istante  in cui mi innamorai per sempre di lui, davanti la mia casa, che ora, non esiste più.

Entro in casa. Si percorre un corridoio rosa su cui si affacciano due camere da letto, dove dormivamo noi bambini. Il portone d’ingresso è verde con un sopra luce di vetro ad arco. Sopra ci appoggio la chiave per entrare, una lunga chiave di ferro. Ci sono due nicchie sul muro coperte con tendine a fiori, dietro ci sono delle bottiglie. Le camere da letto sono una azzurra e una rosa. Hanno una finestra per uno con appese delle tendine di merletto fatte da mia nonna paterna, che io non ho mai conosciuto. Il soffitto è di legno e i travetti sono stati colorati come le pareti. C’è odore di polvere e di casa chiusa e a terra ci sono degli insetti morti non sopravvissuti all’inverno.

Mi lascio il corridoio alle spalle e arrivo in soggiorno.

C’è un camino all’angolo, sulla cappa è stato dipinto un paesaggio con il carboncino da un pittore amico dei miei zii. A destra una credenza celeste. Dentro ci sono le tazze per la colazione. Una rossa e una blu, a pois. Ogni mattina quelle tazze sono riempite di latte appena munto, non pastorizzato, con un forte odore, e a me viene da vomitare. Ogni mattina.

C’è un tavolo verde lungo in mezzo alla stanza: intorno al tavolo mangiano tutti i miei zii andati via, Silvio, Aldo, Gigi, Santina. Mi guardano, smettono di mangiare e sorridono.

Io mi siedo sul divano marrone di finta pelle. Ci passo l’estate a leggere Topolino. A sinistra c’è un mobile da pranzo con la vetrina scorrevole, dentro ci sono delle tazzine con il piattino e il filo d’oro. Sotto, nella credenza senza i vetri, ci sono i biscotti grandi da inzuppare nel latte, il pane senza sale fresco, la Nutella per la merenda e il ciauscolo per la cena. Apro gli sportelli spesso, perché dentro c’è un forte odore di buono. Lo sento, ora, perfettamente. È buono. Mi rassicura.

Questa casa non c’è più dal 30 ottobre.

 

Questa terra è morta e con lei, una parte di me.

 

Sono una pianta a cui hanno tagliato le radici.

 

I nostri bambini non hanno potuto correre lungo queste vie, guardando le montagne e scottandosi con il sole. Non hanno giocato fuori della porta verde, sui due grandi massi bianchi di calcare, dove per intero pomeriggi si inventavano giochi lunghi e pieni di fantasia.

Non hanno immerso le manine nell’acqua gelata della fontana. Non c’è più acqua ora. Le sorgenti si sono prosciugate , il fiume ha cambiato il cammino.

Viviamo un presente senza radici.

Mi sveglio nel cuore della notte sentendo il letto tremare, immaginando nuove scosse, inesistenti in realtà.

Poi chiudo gli occhi e ripercorro le vie del mio paese che non é più.

 

“Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie.

Si abita un suolo chiamato per errore terraferma. È terra scossa da singhiozzi abissali. Questi di stanotte sono partiti da oltre quattromila metri di profondità. Qualche giorno fa stavo agli antipodi, oltre quattromila metri sopra il mare. Quel monte delle Alpi non è un meteorite piovuto dal cielo, ma il risultato di spinte e sollevamenti scatenati dal fondo del Mediterraneo. Forze gigantesche hanno modellato il nostro suolo con sconvolgimenti.
Si abita una terra precaria, ogni generazione cresce ascoltando storie di terremoti. Così, con le narrazioni, i vivi smaltiscono le perdite. Le macerie si spostano, si abita di nuovo lentamente, ma al loro posto restano le voci, le parole degli scaraventati all’aperto, a tetti scoperchiati. Ricordano, ammoniscono a non insuperbirsi di nessun possesso.
Arriva cieco di notte il terremoto e sconvolge i piccoli paesi. Ma i mezzi di soccorso sono di stanza nei grandi centri. Fosse un’invasione, quale generale accentrerebbe le sue forze lontano dai confini? Per il protettor civile questo ragionamento non vale. Ogni volta deve spostare le sue truppe con lento riflesso di reazione. Ai naufraghi nelle prime ore serve il conforto al cuore di un qualunque segnale di pubblica prontezza. Invece arriva prima un parente, un volontario, un giornalista. Il terremoto è anche un’invasione, contro la quale avere riserve piccole e pronte sparpagliate ovunque.
Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie. La frase di guerra di cent’anni fa del soldato Ungaretti Giuseppe racconta il sentimento di stare attaccati all’ albero della vita con un solo piccolo punto di congiunzione”.

Erri De Luca

26-30 ottobre 2016
26-30 ottobre 2018


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Anna Marzoli, architetta libero professionista dal 2003, si occupa di progettazione, restauro, ristrutturazione e architettura di interni, con una particolare vocazione per i temi dell'abitare intrecciati alla ricerca di materiali e tecniche sostenibili. Iscritta all'Albo degli Architetti di Roma e provincia con il numero 17394. Nata a Roma il 11 aprile 1974, laureata in architettura a La Sapienza di Roma nel 2003, collabora con diversi architetti romani dal 2001. Attualmente titolare dello studio di consulenza e progettazione GeAStudio, fondato con il dott. Geol. Fabio Facciaroni (marito), si occupa di architettura, geologia. Autrice del libro "Do i numeri perché cerco te", dal 2016, dopo aver perso le case di famiglia durante il terremoto del centro Italia nelle Marche e Umbria, si occupa di ricostruzione post sisma, delle architetture e dell’anima. È anche una mamma, del cuore. Per Diatomea scrive nella sezione STORYTELLING