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Poco si parla fuori dalla Tasmania, e perfino in Australia, delle migliaia di donne che furono trasportate dalle prigioni inglesi nella Terra di Van Diemen, così era chiamata allora la Tasmania, per scontare la loro condanna nei penitenziari locali, soprattutto in quello di Hobart, eufemisticamente chiamato The Cascades Female Factory, l’officina delle donne a Cascades, un piccolo stanziamento non lontano da quella che allora era chiamata Hobart Town e che ora è un sobborgo molto pittoresco dell’area metropolitana.

È infatti abbastanza recente l’interesse della ricerca e del pubblico verso questa fase significativa della storia della Tasmania e il contributo che queste donne, spesso vittime della povertà più abietta e del degrado sociale che avevano accompagnato la rivoluzione industriale in Inghilterra dalla fine del ‘700 in avanti, hanno fornito allo sviluppo della nuova colonia e del suo futuro.

Le ragioni che resero necessaria l’istituzione del carcere femminile a Cascades furono diverse. Innanzi tutto doveva essere un luogo di punizione, ma anche un contesto relativamente ben gestito in cui le donne potevano lavorare e imparare a leggere e scrivere, e quindi contribuire all’economia della nascente comunità esterna. Per questo motivo si allineava ai precetti di riabilitazione tramite il lavoro, l’istruzione e la preghiera che stavano prendendo piede in Gran Bretagna a quei tempi.

Le colpe per cui queste donne erano state condannate erano la risposta al bisogno di sopravvivere in una società dove il divario tra ricchi e poveri, tra potenti e miserabili, a suo tempo descritto senza mezze misure e con profonda coscienza sociale da Charles Dickens, e dove la vita dei più poveri non contava niente se non come braccia e gambe da sfruttare nelle fabbriche e nei campi, erano diventati una fonte di disagi sociali insormontabili.

Il tasso di criminalità in quei tempi era per questo molto alto, e non solo tra gli uomini, tant’è che i carceri comuni erano talmente pieni di detenuti di ambo i sessi che si era dovuto allestire un carcere solo femminile a Newdigate, vicino a Londra, chiamato già allora “il prototipo dell’inferno” per la sua durezza. I loro reati? Furto di pane, di un taglio di stoffa, di qualche frutto, di un paio di guanti o di calze, bracconaggio, ubriachezza. Reati minori, ma non così per la legge di allora, e tutti punibili con la pena di morte.

Alla fine, però, il “Transportation Act” del 1717 aveva offerto l’alternativa più umana del trasporto dei colpevoli nelle colonie, a cominciare da quella americana, per sbarazzarsi di un fardello sociale poco raccomandabile e costoso da mantenere e per fornire alle giovani colonie una mano d’opera a buon mercato e sempre facilmente rimpiazzabile.

Tra il 1788 e il 1868, in Australia furono trasportati 164.000 galeotti, di cui 25.000 donne. Di queste circa la metà furono incarcerate sul continente, soprattutto nel Nuovo Galles del Sud, e l’altra metà in Tasmania. Qui, solo un numero molto esiguo di loro, meno del 2%, fu costituito da donne violente e pericolose. La condanna consisteva in genere di 6 mesi a Newdigate, 6 mesi di viaggio in mare, dai 7 ai 10 anni di lavoro forzato e infine l’esilio a vita.

Chi sopravviveva al viaggio aveva una buona probabilità di sopravvivere una volta arrivata. Infatti, durante la traversata, le donne erano stipate nella zona più bassa dello scafo, ancora più in basso rispetto alle stalle dove viaggiavano gli animali che avrebbero nutrito l’equipaggio e, una volta in Australia, la popolazione. Il mal di mare, la mancanza di aria, di igiene e di sostentamento adeguato, le malattie, la violenza e gli incidenti causati dal movimenti stesso della nave mietevano regolarmente vittime che venivano gettate in mare per sbarazzarsene.

La prigione di Cascades fu costruita tra il 1826 e il 1828 per ovviare al numero sempre crescente delle detenute trasportate e al sovraffollamento di altri carceri. Oltre ad essere un luogo di punizione, era un posto di lavoro. Dopo un periodo iniziale obbligatorio di incarcerazione, un datore di lavoro poteva però presentare una richiesta di scarcerazione vigilata per ottenere i servizi di una delle prigioniere come domestica o per il lavoro in campagna.

The Cascades Female Factory (foto d’epoca – dal web)

Siccome poi il numero dei maschi liberi superava di molto quello delle donne, una volta ottenuto il “ticket of leave”, l’autorizzazione alla emancipazione, molte di loro furono anche chieste in matrimonio da coloni e da ex-galeotti che avevano ottenuto il permesso di residenza per sistemarsi e rifarsi una vita nel nuovo mondo. Presto, la presenza delle donne venne ad essere considerata di utilità sociale perché poteva fornire uno sfogo all’esuberanza mal repressa degli uomini e contribuire all’aumento della popolazione e quindi allo sviluppo di una vera e propria colonia invece di relegare sia l’Australia in generale che la Tasmania in particolare al mero ruolo di bagno penale.

In prigione, nei primi mesi della condanna, alle donne era vietato ogni contatto con l’esterno, anche se solo verbale. Eppure nella loro intraprendenza riuscivano a comunicare lo stesso con gli uomini,  infilando messaggi nella cavità dei polli che allevavano per poi venderli al pubblico grazie a sovraintendenti che ogni tanto si lasciavano corrompere. E ci furono anche quelle che tentarono la fuga, arrampicandosi sul tetto della prigione e lasciandosi cadere al di là del muro di recinsione. Alcune furono riacchiappate molto in fretta per via delle fratture riportate ma altre presero felicemente la via dell’avventura ristabilendosi in località remote, sotto un nome fittizio, per cominciare a costruirsi un’esistenza libera e produttiva.

The Cascades Female Factory – cortile interno (foto d’epoca dal web)

Di conseguenza, per molte di quelle donne il trasporto fuori dalla vita di stenti e di violenza che le aveva marchiate in Gran Bretagna si rivelò una promessa di un’altra vita e di una possibilità di rivalsa e di liberazione. Nella tragedia furono donne che trovarono il coraggio di diventare straordinarie perché non avevano altra scelta, trionfando sulla disperazione e le ingiustizie per crearsi un nuovo inizio.

E fu questa impressione nel 2003 a ispirare la Dott.ssa Christina Henri durante una visita ai resti della prigione a Cascades. L’esperienza ebbe infatti un tale effetto su di lei, che alcuni anni dopo diventò artista in sede presso il museo creato all’interno delle rovine. Da questo è nata successivamente la sua iniziativa di raccogliere cuffiette bianche, simili a quelle indossate dalle donne con la divisa del carcere, confezionate da persone di tutto il mondo per celebrare queste donne di cui, per la maggior parte, non si ha nessuna informazione, per conferire loro un’identità e la dignità di un ruolo storico incommensurabile nella formazione della società australiana e tasmaniana.

La collezione di cuffiette ha già superato i 24.000 esemplari.

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