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Mario Sironi, Uomo nuovo, 1918

Ce n’era per tutti gli occhi e le orecchie.
Ognuno poteva esprimersi con la sua personale performance su quei due km di asfalto che separa ancora oggi Villa Pamphilj.
Le “corse der sabbato sull’Olimpica” erano una sorta di attrazione fatale per il pubblico e per i partecipanti, con ogni tipo di due ruote a motore.
Ci si vedeva prima a fare il pieno da “Niki Lauda”. Miscela per i cinquantini, benzina per le varie enduro…
Si partiva dal Ciao passando poi per Honda XL 350, Suzuki DR600 fino alle RG500 GAMMA …
Io con il mio modesto Fantic GT50 potevo solo  tirare le 4 marce fino alla velocità spremuta da quel combo fatto di carburatore 19 marmitta ad espansione e pneumatici maggiorati.
Certo.
Tutto era fuorilegge.
Tanto fuorilegge che dovevamo mettere dei “pali” alle estremità del tracciato in cui ci si lanciava, lungo quella direttrice, si partiva in salita da piazza Pio XI, fino a scollinare e curvare verso destra  costeggiando il guard rail sul ponte che sta sospeso sulla via Aurelia.
Dopo quel salto vi era un kilometro dritto verso la velocità massima.

“Er banana” aveva una Suzuki RG500 Gamma. A quell’epoca non c’era il casco obbligatorio, ed ogni sera ci si giocava la vita alla roulette russa. Partiva con quei 4 cilindri a 2 tempi sparato su una ruota. La folla ai lati acclamava. Apriva sempre lui la serata. Seguivano le varie enduro dai pochi cavalli, ma quanto bastava per continuare lo spettacolo. Uno spettacolo intriso di adrenalina pura. C’era il fiore dei “coatti” di mezza Roma.
Il gruppone di ponte Milvio, quelli di Centocelle, quelli della Cassia, gli agiati, quelli ricchi…
E poi c’erano i residuali di Primavalle … sempre a margine, a parte Prandazzo, che in realtà era di Boccea, e, oltre ad avere una certa predilezione per le rapine, teneva anche una concessionaria di motociclette. Ovviamente non poteva escludersi dalle performance del sabato in corsa. Fino a quando, inseguito dalla polizia, non rimase zoppo per un incidente.

A tutte quelle sere di gesta teppistiche non sono mancati i morti, purtroppo, per l’estremo agire in quel contesto.

Le lapidi sono ancora lì, sull’Olimpica, anzi su quella che in verità si chiama via Leone XIII, dove oggi spesso sono appostati i vigili urbani con l’autovelox.
Ed ogni volta che passo sembra come che quelle Anime goliardiche, teppiste e coatte si prendano gioco di quei tutori dell’ordine che un tempo spesso disperdevano in un attimo l’assembramento o l’adunata sediziosa  di quei motociclisti urbani che cercavano solo sfogo. Magari salvandosi dall’eroina … o trovando comunque il rischio su una “lama” da 200km/h.
Ricordo la fibrillazione al distributore di benzina, appunto detto “da Niki Lauda” per il suo gestore appassionato di corse. Tanto appassionato da aprire anche la notte per rifornire i corsaioli del sabato sera.
Spesso si accendevano risse oltre ai motori, specialmente per la rivalità tra zone di Roma.
Quelli di Centocelle erano gemellati con quelli di Primavalle. Da sempre.
Qualcuno cercò anche di infiltrarsi con le scommesse, ma non trovò appoggi, in quanto si correva non per gareggiare, ma solo per il “gusto” di farlo. In fondo era aperto a tutti, anche a quelli col 70 Pinasco sotto al Piaggio Ciao.
Lo spazio per la fantasia era qualcosa di quasi illimitato. Nomi altisonanti dei principali marchi, ovviamente giapponesi, di quei modelli evocativi, Katana, GPZ, FZR … insomma anche se non era un nome da mitologia orientale, probabilmente la presenza delle lettere Z o R davano l’impressione affilata.
Una sera, quello con la Yamaha RD 350, quella rossa e nera, partito dalla piazza, ci lasciò la pelle.
Dopo la curva, quella in salita, perse il controllo e andò a finire addosso al guard rail.
Un diciottenne che tentava di farsi notare.
Perché notare?

In quel contesto di teppismo urbano, c’erano i proprietari delle scuderie di corse del Lazio e dintorni, e venivano ad assistere alle prodezze e sfrontatezze di quei piloti da strapazzo. Per poi ingaggiarli a correre in pista.
In un certo qual modo, li salvavano. Togliendoli dalla strada, valutando la loro abilità nel pilotare.
Così iniziai anche io …

Avere una motocicletta a Roma era una sorta di sfida continua. Aleggiava il mito della Parigi-Dakar, le corse erano intrise di olio di ricino, e, ad ogni semaforo, si scambiavano sguardi provocatori. Si andava dal coatto di periferia al ricco borghese dei quartieri bene. Le tirate allo scattare del verde mangiavano benzina, gomme e polso. E come ho detto sopra a quei tempi non c’era neanche il casco obbligatorio. Celebrità e mito erano presenti ai lati delle strade. Quella più eclatante era “er Coccia”, che, inseguito da una volante da via Boccea fino a Porta Cavalleggeri, scivolò contro un guard rail, dopo che gli avevano sparato alle gomme.  Decapitandosi.
Un capitolo importante nella storia delle motociclette a Roma fu la “banda der kawasaki”, una sorta di collettivo a delinquere con assenza di gerarchia e struttura verticistica. I “proventi” delle rapine venivano reinvestiti. Ma mai in droga. Più che altro venivano ridistribuiti ad opere di bene ai più bisognosi. Sembra paradossale ma nel crimine vi era la presenza di un “codice Robin Hood”.
Tutto questo si diluì … arrivarono gli anni Novanta e quello spirito di sfida ed insubordinazione si perse.
Una sorta di legalità acquisita si rimpossessò delle strade, restituendo anche quel silenzio su miti e leggende su due ruote. Un balzo in avanti ed una sorta di revival agli inizi degli anni 2000. Sembrava tutto tornato alla ribalta, le vendite schizzavano ed era un momento in cui tutti avevano una motocicletta, bastava fare un po’ di rate e si smanettava ancora ai semafori.
La crisi …
La fine del consumismo mascherato da prosperità iniziò nel 2008 e, nonostante abbigliamento tecnico e conquiste della tecnologia, in quegli anni molte lapidi si aggiunsero ai lati delle strade. Giovani, meno giovani. Il rischio era costante. Lo è ancora oggi.
In motocicletta si hanno il 60% di probabilità di morire.
Ancora oggi.