©Roberto Fuzio

In Sicilia tutti gli anni, il 2 novembre, è la “Festa dei morti”.

Le origini sono molto antiche, certamente legate a riti pagani. Nella tradizione celtica il 31 ottobre era l’ultimo giorno dell’anno che corrispondeva anche al primo giorno dell’inverno. In quella che era considerata la notte più lunga dell’anno gli spiriti vagavano in cerca del passaggio verso una nuova dimensione.
Come è accaduto più volte nella storia, a un certo punto intervenne la Chiesa e, nell’ 835 d.c., Papa Gregorio II decise di spostare la ricorrenza di Tutti i Santi dal 13 maggio al 1 novembre. In seguito, nel X secolo, venne introdotta anche la commemorazione dei defunti il 2 novembre.
Il risultato fu un miscuglio inevitabile di fede e riti pagani.
I bambini, in Sicilia, non aspettano la Befana, aspettano “i morti”. I genitori, ma ancor di più i nonni, non fanno mancare doni ai più piccoli. Al primo posto dolci e giocattoli. Anticamente, la sera prima, si era soliti recitare una filastrocca:

Armi santi armi santi, ju sugnu unu e vui siti tanti.
Mentri sugnu ‘nda stu munnu di guai, cosi di 
morti mittiminni assai”(Anime sante anime sante, io sono uno e voi siete tanti,
mentre sono in 
questo mondo di guai, regali dei morti mettetemene tanti)

Nella notte tra l’1 e il 2 novembre, mentre i bambini dormono, i regali vengono nascosti in giro per casa e toccherà ai piccoli andarli a cercare al mattino. Naturalmente, quando li avranno trovati si dirà che sono i regali delle anime dei defunti. Per ringraziarli si andrà tutti al cimitero. Quello è un aspetto incredibile di questa storia.
I catanesi passano l’intera giornata del 2 novembre al cimitero e lì è la vera festa. Moltissimi (come in gita) portano il pranzo a sacco e si mangia insieme sulle tombe. Sembra incredibile ma qui è una cosa normalissima. I regali variano da zona a zona. Nel catanese si regalano anche scarpe e, soprattutto, un dolce tipico chiamato “ossa i mortu”. Una specie di grande biscotto con sopra una forma di zucchero che ricorda proprio le ossa.
Per alcuni è una cosa macabra, io la trovo straordinaria. Anzi, tutto questo ha addirittura un valore educativo. I bambini imparano a non aver paura dei morti e considerare la ricorrenza una vera e propria festa.
Questo viene spiegato molto bene dalle parole di Leonardo Sciascia:
Cosa è una festa religiosa in Sicilia? Sarebbe facile rispondere che è tutto, tranne che una festa religiosa. È innanzitutto una esplosione esistenziale; l’esplosione dell’Es collettivo, in un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell’Es. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso Super Io, per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città.”

©Roberto Fuzio


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore.

Roberto Fuzio, attore, cantante e musicista polistrumentista di pluriennale esperienza, vanta numerose collaborazioni in campo artistico. Ha lavorato con Lina Sastri, Peppe Barra, Leo Gullotta, Pino Micol, Vincenzo Spampinato, Ornella Vanoni, Giorgia, Carmen Consoli. In teatro ha preso parte, come autore e musico di scena, a numerosi spettacoli dello Stabile di Catania e Del Biondo di Palermo. Ha partecipato ad alcuni film tra i quali: “La lupa” di Gabriele Lavia e “Storia di un capinera” di Franco Zeffirelli e “Tu ridi” dei fratelli Taviani. Appassionato ricercatore di tradizioni popolari, è tra i fondatori dello storico gruppo catanese dei Lautari con i quali ha suonato in alcune fra le più importanti rassegne in Italia ed all’estero. Negli ultimi anni si dedica sempre più alla passione per la fotografia, riprendendo, in particolare, soggetti della città in cui vive: Catania. Per Diatomea scrive nella sezione STORYTELLING