In un tempo in cui le mode nascono con la stessa velocità con cui poi tramontano, solo alcuni si soffermano sulla genesi di fenomeni destinati, spesso, a lasciare poche tracce di sé nel ricordo comune.

Io stesso, grande appassionato di tatuaggi, mi sono dovuto fermare a pensare a quale potesse essere l’inizio di questa fantastica arte che in Giappone, come vedremo, ha avuto una crescita diversa dal resto del mondo.
La prima apparizione dei tatuaggi in occidente viene fatta coincidere generalmente con la figura del Capitano James Cook, che, nel 1744, di ritorno dal suo viaggio nell’Oceano Pacifico, portò con sé un indigeno il cui corpo era completamente ricoperto di tatuaggi; la sua vista generò le reazioni più disparate nella popolazione presente al suo arrivo, un po’ come accadeva fino a qualche anno fa quando davanti ai nostri occhi compariva la pelle di un uomo o di una donna, solcato da linee più o meno discrete di inchiostro. Di li a poco però, molti iniziarono a farsi tatuare, chi per semplice spirito di emulazione, chi per sincera ammirazione di quei motivi così affascinanti impressi sulla pelle, dando il via a quella che oggi è una vera e propria moda.

Immagine tratta da https://commons.wikimedia.org/wiki/File:The_Landing_at_Tana_one_of_the_New_Hebrides,_by_William_Hodges.jpg

Come ebbe inizio invece, e come si sviluppò l’arte del tatuaggio, in Oriente, e sopratutto in Giappone?

Diverse sono le testimonianze dell’origine dei tatuaggi in tutto il mondo, alcune celate in tempi remoti e con nature diverse; ad esempio, mentre nelle tribù indigene al tatuaggio venivano riconosciuti generalmente poteri religiosi e di protezione dal male, nel lontano Oriente la sua funzione (e quindi la sua evoluzione) fu completamente diversa.

La prima testimonianza scritta sui tatuaggi giapponesi è una cronaca cinese del 300 d.C. che riporta l’uso del tatuaggio presso gli indigeni giapponesi, mentre bisogna attendere l’800 d.C. per ritrovare reperti scritti di origine giapponese: vi si legge che in Giappone il tatuaggio veniva utilizzato a scopo punitivo, marchiando con il termine “cane” la fronte di coloro i quali si macchiavano di reati, e con righe e croci sulle braccia i colpevoli appartenenti alle caste minori.

Solo molto più tardi si inizia a parlare di tatuaggi giapponesi con finalità decorative, per imprimere preghiere buddhiste o pegni d’amore. Questo tatuaggio venne chiamato Hori-bari e nel 1700 il governo ne vietò l’uso presso le caste inferiori.

È solo nel periodo Edo (1603-1868) che il tatuaggio in Giappone ha il suo vero sviluppo per come lo conosciamo al giorno d’oggi. L’Irezumi (che significa “inserire inchiostro”) cioè il tatuaggio giapponese come giunge ai nostri giorni, si sviluppò proprio in quel periodo, andando a formare quello che è ancora oggi il canone codificato ed immutabile tramandato dai maestri. Non è però chiaro a quando risalga la moda dei tatuaggi full body, come se fosse un kimono dipinto sulla pelle (pratica che ad oggi richiede 5 anni e 100.000 euro), che ancora oggi costituiscono il tratto più distintivo dell’Irezumi.

L’inizio della grande diffusione del tatuaggio in Giappone si ha però con la pubblicazione del romanzo Suikoden, che narra le gesta di un gruppo di fuorilegge che combattevano la dinastia cinese Sung per difendere la popolazione. I capi di questa banda di fuorilegge erano descritti con il corpo ricoperto di tatuaggi ed immagini, e gli artisti più importanti dell’epoca fecero a gara per creare le rappresentazioni più sgargianti e suggestive, esagerando ed esaltando i loro tatuaggi. Ben presto il popolo si immedesimò nei protagonisti del romanzo, ed iniziarono a tatuarsi riproducendo gli stessi motivi descritti nella novella.

Immagine tratta da  https://blogs.yahoo.co.jp/jijisakura40/13823319.html

Così mercanti, operai, commercianti, tutti fecero ricorso all’arte dei tatuaggi, come anche gli Yakuza (letteralmente “mano vincente nel gioco”), giocatori d’azzardo che più tardi avrebbero formato l’organizzazione criminale conosciuta oggi con lo stesso nome.

Alcuni dei simboli ancora oggi usati nell’Irezumi rappresentano le carte usate nell’Hana-Fuda, il gioco d’azzardo degli Yakuza.

Con la diffusione delle immagini del Suikoden nelle stampe Ukyio-e, il tatuaggio in Giappone scopre il suo massimo splendore, con i più grandi incisori dell’epoca che diventarono tatuatori con il nome di Hori-Shi (maestri incisori che diventarono “maestri tatuatori”).

I tatuaggi giapponesi vengono tradizionalmente eseguiti sulla schiena: una tela bianca sulla quale il maestro tatuatore trova molto spazio per eseguire la sua opera d’arte. Samurai, dragoni, carpe e altri soggetti della tradizione. Questi tatuaggi sono figurativi, non astratti, e vedono moltissimi colori e sfumature.

Per quanto riguarda l’iconografia classica del tatuaggio nipponico infatti, molteplici sono i temi utilizzati come soggetti, ognuno con uno specifico significato.

Uno di quelli comunemente riconosciuto come appartenente alla cultura giapponese è il dragone: ritenuti dalla cultura occidentale animali potenti, feroci e malvagi, nella tradizione nipponica sono invece animali millenari che portano, con loro, saggezza.

Altro elemento riconoscibile come appartenente alla tradizione del paese del Sol Levante è la carpa, simbolo di coraggio, predisposizione a fare grandi cose, e porta con sé una leggenda cinese che ne giustifica il significato: si narra che una carpa riuscì a risalire la cascata situata sul “Dragon Gate” superando ostacoli e spiriti malvagi; gli dèi, impressionati da tanto coraggio, decisero di trasformarla in un drago.

Altro animale ricorrente nei tatuaggi giapponesi è la tigre, simbolo di forza, coraggio longevità. La tigre è uno dei quattro animali sacri (insieme a tartaruga, fenice e drago), e rappresenta il Nord e il controllo dei venti, particolarmente importante per un popolo che si affida al mare come principale mezzo di sostentamento.

Ma non ci sono solo animali tra gli elementi più riconoscibili dei tatuaggi giapponesi.

Troviamo ad esempio gli Oni (o Demoni Cornuti), spiriti maligni dipinti con un paio di corna, che vivono in gruppo, al quale appartengono divinità come quella del vento o del tuono. Questi spiriti vengono tatuati perché possono diventare dei protettori benevolenti, protettori ammirati da figure monastiche molto popolari nella cultura giapponese più tradizionale.

Altro elemento in contrasto con quella che è la nostra cultura è la Namakubi, la testa mozzata: elemento particolarmente macabro che tuttavia può simboleggiare la volontà di accettare il proprio fato con onore, accettazione che è alla base della cultura samurai.

Concludiamo proprio con il Samurai: la parola deriva dal giapponese “sabarau” che significa “servire”, ed è il simbolo di forza, coraggio, onore nobiltà d’animo.

Dopo un periodo di difficoltà coincidente con l’avvento dell’occidentalizzazione dell’Oriente da parte dell’America, negli anni ’70 il tatuaggio giapponese viene riconosciuto come lo stile più artistico ed elegante per esprimere l’arte del tatuaggio.

Nonostante molti in Occidente cerchino di replicare l’Irezumi, l’assenza di testi che illustrino i “canoni” dei tatuaggi giapponesi, rende impossibile tale pratica a chi non è stato un allievo di uno dei maestri Hori, gli unici depositari della tecnica peculiare utilizzata in Giappone ancora oggi.

Immagine tratta da  https://www.italiajapan.net/tatuaggi-in-giappone/

La tecnica peculiare dei tatuaggi giapponesi si chiama Tebori, che significa approssimativamente “scolpire a mano”. In effetti questi disegni danno una forte sensazione di tridimensionalità. È molto diversa dalle tecniche occidentali: tanto per cominciare, questi tatuaggi vengono eseguiti a mano, non con macchine automatiche. Ecco perché non è facile trovare in Italia un tatuatore in grado di eseguirli, malgrado ci sia qualche fortunato che nella propria carriera ha avuto la fortuna (o meglio l’immenso onore) di conoscere ed affiancare esperti maestri tatuatori giapponesi, imparando da loro i segreti del Tebori.

La tecnica Tebori si esegue con una cannuccia di bambù (oggi si usano anche materiali sterilizzabili) alla cui estremità sono fissati degli aghi.  Il maestro tatuatore esegue dei movimenti ritmici con i quali penetra la pelle con questi aghi. Il procedimento è più doloroso e richiede un tempo maggiore di guarigione, ma alla fine si possiede un vero pezzo d’arte sulla propria pelle.

A discapito della sua storia millenaria però, al giorno d’oggi i tatuaggi sono tutt’altro che ben visti nella società giapponese. In posti come piscine pubbliche e palestre, ma soprattutto nei bagni termali, è estremamente comune trovare cartelli di divieto d’accesso indirizzati alle persone tatuate.
Non importa se il tatuaggio è piccolo e si vede a malapena, il marchio inciso sul corpo impedirà comunque l’accesso ad una lunga serie di luoghi.

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Ma quali sono le ragioni della messa al bando dei tatuaggi?

Presumibilmente l’associazione che ancora viene fatta del tatuaggio con la Yakuza, o semplicemente con le sue radici storiche di marchio dei criminali, eppure ancora oggi sfoggiare un tatuaggio in Giappone, nonostante proprio il paese del Sol Levate sia riconosciuto come quello la cui arte nel tatuare non conosce eguali, può rappresentare un problema di difficile superamento.

Nonostante questo, tuttavia, esiste un momento della vita sociale in Giappone in cui non solo il tatuaggio viene accettato in pubblico, ma viene quasi celebrato.

È la ricorrenza shintoista chiamata Sanja Festival, che si tiene a Tokyo durante il terzo weekend di maggio, nata per onorare i tre pescatori che eressero il tempio Sensoji dopo aver pescato nel fiume una statua dorata del Buddha. Grandi cortei accompagnano per le strade festanti il passaggio dei tre divini altari: le statue, del peso di circa una tonnellata ciascuna, vengono agitate e scosse per intensificarne il potere propiziatorio e trasmettere alla comunità energia e forza.

I cortei sono un fiume di costumi sfarzosi, tra danzatrici alate, geishe e uomini tatuati in fundoshi (perizoma tradizionale giapponese), e rappresentano l’unico momento in cui i tatuaggi possono essere mostrati in pubblico.

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“Colgo l’occasione per ringraziare Diatomea e i suoi gestori per la possibilità che mi hanno concesso di pubblicare articoli su quella che per me è una grandissima passione, il Giappone e la sua immensa e vastissima cultura, e soprattutto ringrazio la donna che mi dà ogni giorno lo stimolo per scrivere qualcosa di nuovo, interessante, pieno di passione, come la vita che proprio lei mi ha donato, e che mi dona ogni giorno rendendola meritevole di essere vissuta e scoperta, guardandola da prospettive nuove ed emozionanti”

Elio Caretta


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