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I binari finiscono contro il muro. Die Mauer. Da una parte il brusìo del traffico, le luci al neon, le grandi marche automobilistiche col logo sopra al grattacielo, i turchi, i parchi silenziosi e deserti.
Dall’altra, ad Est, i palazzi della nomenklatura, quelli ben tenuti ma disabitati perché vicini alla terra di nessuno. Sul confine. Segnato dal Muro [lo indicherò sempre in maiuscolo, poiché aveva il suo nome proprio], e dalla Spree, il fiume. Nella terra di nessuno, dove le camionette col motore tricilindrico a due tempi erano parcheggiate, vi erano vaganti dei conigli. Li chiamavo i conigli di nessuno, né dell’Est né dell’Ovest. Né grassi, né magri. Conigli tedeschi. I Vopos [la polizia militare della DDR] camminavano su e giù per ingannare il tempo, quello sospeso, tra Est e Ovest.
 
La mia Berlino, quella che ho vissuto in un lasso di tempo tra il Millenovecentoottantanove ed il Millenovecentonovanta, era un’isola divisa a metà, nel mare del blocco socialista. Un paese controverso, per metà portava sulle spalle la responsabilità del nazionalsocialismo, che mise a ferro e fuoco l’Europa. Con il suo Staat improntato sulla polizia segreta, articolata dalla paranoia dello spionaggio, come ad essere la specularità della caccia alle streghe del Maccartismo più feroce. Ma, Berlino, era il fulcro, il centro del contatto tra i due blocchi, il contrasto vivente tra i due sogni, quello socialista e quello occidentale. No, non mi sento di chiamarlo capitalista; un sistema economico ha bisogno di gestione dei capitali. Semmai la distribuzione equa di questi è la causa di molti conflitti. Tornando ai grandi marchi teutonici, molto dell’industria pesante, aeronautica e bellica in generale, fu sapientemente riconvertita nel dopoguerra. E chi fabbricava aerei, poi frigoriferi. Carri armati, poi automobili. Spolette per bombe, poi ascensori. Cannoni, poi acciaio per usi civili e navali.
La DDR era un paese speculare alla RFT, ovvio, erano tutti tedeschi. Per carattere, mentalità, struttura, fattura. Geni.
Vivevo in Oranienstrasse. Quartiere Kreuzberg. Le case occupate erano tenute molto bene, ci abitavano tutti, punks, femministe, bambini. Tutto era germanicamente perfetto. Difficile pensare che si fosse in un palazzo occupato. La cucina in comune, il bagno [dove le finestre davano sul corridoio. Senza tendine.], le stanze. Tutto era magnificamente pulito, organizzato, germanico. Turni per le pulizie per tutto il palazzo, colazione tutti insieme dalle sette, cena tutti insieme alle ore diciassette. Sembrava una caserma. Le riunioni per organizzare, discutere e civilmente incazzarsi. Fermamente. Le lunghe discussioni politiche facevano parte della vita del palazzo. E tutto questo senza alcuna retorica. I concerti con i gruppi prezzolati ed un gran movimento di musica in ogni dove. La mia Berlino con la U-Bahn e la S-Bahn coi treni gialli e l’orso rampante nello scudo bianco, simbolo della città. 
In quell’anno, Wim Wenders, anzi un anno prima, girò quel famoso film… quello di un paio di remake… ma il suo, nonostante un seguito, fu seminale. In fondo cosa espressamente cercavo, vivendomi e perdendomi a Berlino…
 … Angeli …
Siegessäule …
La città degli angeli, così viene a volte ricordata Berlino e non ne comprendi appieno il significato finché non vedi brillare nel cielo alcune delle sue più belle statue.
Da Friedrichschain andando verso Ovest e passando per AlexanderPlatz c’è una lunga strada che attraversa il Tiergarten. Un parco fitto, dove in una piazza si trova la prima grande colonna che sorregge un angelo. Questa si trova sopra la Colonna della Vittoria.
Dalle fabbriche incatramate della Berlino industriale, dove a milioni soffocavano uccisi dal sogno della fortuna. Altri già volavano, su prototipi di vanagloria e Zeppelin suicidi. Dalle balere fumose e dalle prigioni ghiacciate, da dietro confini invalicabili e fumi di droghe, dal retrobottega dei negozi blindati.
Angeli tutti, con occhi spenti e visionari, angeli di luce e messaggeri di distruzione.
Damiel e Cassiel.
Le ali di Berlino celeberrime e grandiose, tutte d’oro e rame e foriere d’avventura. Irene, la prima celebre alata prussiana. La Pace o Vittoria troneggia sopra la nuova entrata regale, la Porta di Brandeburgo con il suo neoclassico ottimismo. Le ali del bene, la nazione compiaciuta promette Vittoria o Pace alla sua gente. Utopia bipolare elevata venti metri sopra il popolo, Irene cede all’altra sponda e diventa una Vittoria, Ferro scaccia l’Alloro di pace…
Partorisce poi altre ali, più grandi e maestose, d’oro come la gloria pregustata. È Vittoria questa volta, nessun battesimo sbagliato. S’erge imponente e maestosa a guardare l’avversario, dall’alto in basso e da una distanza che già si immagina annullata, conquistata.
… Angelo Azzurro…
Angelo azzurro di perdizione. Ali sensuali e depravate irretiscono la vittoria consegnata alla storia, stravolgono il valore della Prussia razionale. Marlene Dietrich, spregiudicata, è un angelo di corruttore edonismo, mette ali di piacere sulle spalle dei suoi concittadini, incatenati. Lapidata in fretta è la libertà dell’amore, il piacere è criminale e la realtà deve far male. Le prossime ali sono quelle metalliche di bombardieri dentro al cielo di Berlino. Roboante distruzione, che arriva alata a sventrare case, ad alzare la polvere del Brandeburgo in faccia alle persone. Angeli morti, e quelli vivi che non possono che piangere. Lutto perpetuo della sabbia insanguinata.
Quello sopra Berlino, s’intende, alato anch’esso di piume invisibili, a volte di pace e altre di sangue.
Da ovest ad est percorrendo questo viale, fino alla porta di Brandenburgo, a destra i quartieri di Wilmersdorf Schoneberg e Kreuzberg, a sinistra, Charlottenburg, Moabit e Mitte.
“A ogni passo, a ogni colpo di vento, vorrei poter dire Ora Ora e Ora e non più Da sempre, In eterno”.
Potsdamer Platz oggi è scintillante. Il palazzo della Sony tra acciaio e vetro, i turisti come formiche tra un bock wurst ed un curry wurst. Vicino, la Staatsbibliothek in Potsdamerstrasse, la casa ove dimorano gli angeli.
 
La piazza la ricordo come un luogo desolato, silenzioso, avente il suo bellico silenzio. Con il rimasuglio di una monorotaia sperimentale.  
Poco lontano, il Checkpoint Charlie. Vous sortez du secteur americain, you leave american sector… le truppe NATO di stanza a Berlino erano in perenne addestramento; tanto che se eri in riva al lago di Wannsee potevi vederli uscire dai cespugli col face camouflage ed i mitragliatori in posizione di ingaggio. Mentre all’est, girando così per caso, all’entrata di un palazzo era apposta una targa che palesemente diceva che quelli erano gli uffici del KGB.
 
… il muro. Ovunque.
…per chi non è mai stato a Berlino durante la presenza del Muro, immagina una linea quasi retta che divideva la città. Il Muro era ovunque. Non potevi evitarlo, ad ogni cambio di direzione, in bicicletta, a piedi o in metropolitana, lo trovavi sempre davanti. Potevi ammirare la Porta di Brandeburgo, da dietro di esso. Potevi vedere ancora gli edifici fantasma, con i buchi dei proiettili di qualsiasi calibro. Proiettili russi per la maggior parte. E il silenzio… di quel cielo sopra…
 
”Come fui sul monte e arrivai al sole dalla nebbia della valle
il fuoco ai bordi del pascolo
le patate nella cenere
il capannone delle barche sul lago
la croce del sud
l’oriente lontano
il grande nord
l’ovest selvaggio 
il grande lago dell’orso”
 
Peter Handke recitava i suoi versi. Mentre ad un motociclista, seduto sul ponte della Stresowstrasse, esce sangue dalle orecchie. Andando verso Spandau…
Molti i nomi evocativi in questa città. Spandau. Il carcere.  Fu costruito nel 1876 e demolito nel 1987 dopo la morte del suo ultimo recluso, Rudolf Hess, per impedire che divenisse un “santuario” dei movimenti neo-nazisti. I tedeschi hanno fatto i conti con il loro passato. Hanno avuto il coraggio di distruggere e relegare nell’oblìo del nulla la loro vergogna. 
Da Rudow a Wittenau…la linea del muro racchiudeva il centro geografico della città.
«Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?» (Marion)
Tornai a Berlino dopo quindici anni. La capitale era cambiata, tornata, anzi mai andata via. Il Reichstag con la sua cupola scintillante, il traffico ordinato, i pullman dei turisti, i cimeli sovietici, i monumenti commemorativi, le visite guidate. 
Oltre al ricordo, anche per me quasi svanito, conservo un piccolo pezzo di Muro in casa. Un elmetto che è andato in cantina. 
“Credo profondamente all’esistenza di esseri ultraterreni”.
Rainer Werner Fassbinder così definì l’idea di una Berlino a degli studenti nel 1979.
E tra gli eventi della Vita trascorsa, queste presenze hanno avuto il modo di manifestarsi, anche se sommessi, invisibili … silenti. 
… le isole tristan da cunha
il delta del mississippi
stromboli
le vecchie case di charlottenburg
albert camus
la luce del mattino
lo sguardo del bambino
andare ad abbeverarsi alla cascata
le macchie delle prime gocce di pioggia
il sole
il pane e il vino
il saltello
pasqua
le venature dei fogli di carta
l’erba che si muove
i colori delle pietre
i ciottoli sul letto del ruscello
la tovaglia bianca all’aria aperta
il sogno della casa nella casa
il vicino che dorme nell’appartamento accanto
la quiete della domenica
l’orizzonte
la luce della stanza nel giardino
volare di notte
andare in bici senza mani
la bella sconosciuta
mio padre
mia madre
mia moglie
mio figlio…
 
Così…tornai a Roma. Attraverso mezza Europa, ancora divisa. Ancora divisa. Oggi.

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