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L’aveva sognata. Se ne ricordò mentre preparava l’ennesima pizza nel suo locale, uno dei più frequentati nella zona universitaria.

È strano come funzionino le associazioni di idee – l’impasto ricoperto di farina e la salsa di pomodoro, il contrasto tra bianco e rosso, un’immagine abituale che in quel momento gli fece venire in mente il sogno. L’aveva sognata invasa dal bianco accecante della luce africana e dal rosso, quello del sangue proveniente dal mattatoio vicino al porto, che colava nel mare facendo accorrere a decine gli squali: Massaua, l’Eritrea, erano offuscate nella memoria ma certi particolari tornarono nitidi. Quel sogno era stato come un viaggio nel tempo. Si era rivisto bambino, seduto fuori dalla soglia di casa. Aveva risentito i vagiti provenire da una delle finestre e poco dopo era arrivato il suono gioioso della zaghrouta fatto dalle donne, che annunciava la nascita di un altro fratello. Nel sogno ricordò poi di aver sbattuto improvvisamente i piedi per terra e come per magia di essersi ritrovato a volare sopra il porto della città: dall’alto aveva visto le sagome degli squali che procedevano isterici in direzione del mattatoio, attratti dal sangue in acqua. All’improvviso la sensazione di cadere nel mare ed il risveglio di colpo che ne era seguito. Era stato un sogno di ritorno a luoghi d’infanzia e a paure con le quali si era abituato a convivere.

Fuggito dall’Eritrea, Ahmed era approdato in quella pizzeria che era ormai un luogo di incontro di tanti studenti universitari.

Mentre il ricordo del sogno era quasi svanito entrò nel locale Giacomo, studente fuori sede e presenza abituale. Quella sera l’atmosfera era particolarmente rilassata, non passavano molti clienti e questo ad Ahmed non dispiaceva; quel sogno lo aveva risucchiato in una spirale di malinconia, rallentandone i gesti. 

“Ciao Giacomo, il solito?”

“Si Ahmed grazie. Ti vedo stanco stasera.”

“Si un po’. Anche tu mi pare non abbia una bella cera.”

“Infatti. Sto preparando l’esame di storia delle dottrine politiche, da Socrate a Marx, non so se mi spiego.”

“Roba pesante” fece Ahmed.

“Eccome! e tra qualche anno probabilmente non ricorderò quasi più niente.”

“Vero. Si dimentica tanto ma per fortuna qualcosa resta. Proprio poco fa ho avuto dei ricordi di  Massaua, il posto in cui sono nato. L’ho sognata la scorsa notte.”

“Un bel sogno allora” disse Giacomo.

“È stato un sogno strano.”

“Ma pensi mai di poter tornare a casa un giorno?” ribatté Giacomo.

“Quando scoprirò dov’è” rispose Ahmed.

“Credevo fosse l’Eritrea la tua casa.”

“No. Ha smesso di esserlo tanti anni fa, e anche se adesso vivo qui, ciò che mi circonda non mi somiglia e non mi appartiene.”

“Sai Ahmed, anche io non mi sento molto a casa in questa città, ma allo stesso tempo ho investito nella laurea e spero di trovare un lavoro qui quando finirò di studiare.”

“Ti capisco Giacomo. Sei ancora giovane, la troverai una strada e una casa prima o poi.”

A quel punto lo sguardo di Ahmed oltrepassò il bancone della pizza e si diresse fuori in direzione del marciapiede e poi in alto, verso il cielo già scuro.

Giacomo istintivamente seguì con lo sguardo il punto in cui gli occhi di Ahmed si erano fermati.

“Cosa c’è Ahmed?”

“Guarda che bella luna” gli  rispose Ahmed.  

“Non me ne ero accorto” disse Giacomo, “Pensa, l’avevo scambiata per la luce del lampione.”

Allora entrambi guardarono di nuovo verso l’alto per qualche istante.

La pizza che Giacomo aveva ordinato era ormai pronta. Il ragazzo pagò e prima di andare via fece un cenno di saluto con la testa.

Ahmed aveva avuto modo di incontrare tanti studenti negli anni: di alcuni aveva mantenuto traccia, molti erano andati via a cercare lavoro, altri erano rimasti , altri ancora passati come comparse e poi spariti  nel nulla.    

Quella sera chiuse il locale in anticipo, aveva voglia di fare due passi prima di tornare a casa. Il viale dell’università era insolitamente deserto e silenzioso. Cominciò a camminare accompagnato dal suono di tante immagini di luce –  Massaua era distante da tutto, ma la luna era la stessa di un tempo e ritesseva un filo di ricordi. Sembrava dare respiro ad altri giorni che sarebbero arrivati, prima o poi. Perché Ahmed questo lo sentiva. Sentiva che era ancora intenso in lui il richiamo di una vita nuova.

Arrivato a casa, salì le scale del palazzo, inserì la chiave nella porta, la aprì silenziosamente e vide solo la luce della spia della caldaia brillare nel buio. Carla era già addormentata.  Ahmed fece i soliti gesti prima di coricarsi accanto a lei e percepirne il calore del corpo. Avrebbe voluto raccontarle in quel preciso istante il sogno di Massaua e le sensazioni di fine serata, con la speranza che lei potesse capire. Pensò poi al fatto che nel sogno lui era volato via, forse per sfuggire a tutto quello che era venuto dopo: la guerra e quel senso di paura ed estraneità che comporta, quel non sentirsi più a casa da nessuna parte. Strinse allora forte Carla, quasi a volerla svegliare, ma lei non si mosse. Avrebbe avuto bisogno anche solo di una parola, un gesto di lei, per sentirsi nel presente. Le diede solo un bacio sui capelli e si voltò dall’altro lato, chiudendo gli occhi.

Immaginò di essere ancora una volta il bambino del sogno, seduto sull’uscio, ma stavolta non sarebbe volato via. Semplicemente sarebbe corso dentro casa a sbirciare quel fratello appena nato tra le braccia della madre, circondato da visi familiari. Magari poi sarebbe andato verso il porto a guardare la luce riflessa sul mare, sperando un giorno di non dover scappare da là, ma soltanto di poter partire per poi ritornare. Avrebbe cancellato le macchie di sangue del mattatoio e avrebbe fatto sì che al posto degli squali ci fossero tanti pesci colorati con i quali nuotare senza paura. Sarebbe stato bello rivivere quel sogno ritrovando tutto quello che aveva perso. La sola illusione che ciò fosse possibile lo fece sentire meglio. Immerso in quei pensieri si addormentò poi piano piano, grato di quel corpo amato sdraiato accanto al suo, mentre il ricordo della luce africana lo accompagnò nel sonno.           


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