Ci sono canzoni che passano alla storia per la loro melodia, altre perché sono state lo specchio dei propri tempi, altre perché hanno rappresentato uno spaccato della società, altre perché sono state un grido di denuncia sociale e civile. Queste canzoni sono indissolubilmente legate a chi le ha interpretate. Questo è il caso della canzone Strange Fruit e della cantante che l’ha fatta sua, Billie Holiday. Ma è anche la storia, meno nota, del suo autore, costretto per una vita a rimanere nell’ombra.

Siamo alla fine degli anni ’30 e negli Stati Uniti impazza la cosiddetta swing craze, quella follia collettiva per la musica ed il ballo swing che vedeva schiere di giovani lasciarsi alle spalle gli anni duri della Grande Depressione per gettarsi in un futuro segnato dal progresso e dal benessere. Ma, come spesso accade, non è tutto oro ciò che luccica. Se da un lato l’economia si stava riprendendo sotto gli effetti del New Deal rooseveltiano, l’America doveva ancora fare i conti con molti problemi interni, tra cui la segregazione e la discriminazione da parte dei bianchi nei confronti della minoranza nera.

Vi era, a New York, un professore ebreo che insegnava inglese in un liceo del Bronx, che dedicava molte delle sue energie all’attivismo politico e allo scrivere poesie, canzoni e pièces teatrali. Oggi di lui non si ricorda quasi nulla, ma, a suo tempo, Abel Meeropol – questo il suo nome – aveva ammiratori del calibro di Ira Gershwin, Kurt Weill e Thomas Mann. Meeropol e la moglie Anne erano soliti frequentare ambienti progressisti, circoli di sinistra e gruppi sindacali. Il loro orientamento politico ed il loro attivismo nel sostenere il partito comunista americano, fecero sì che l’FBI (soprattutto negli anni successivi, quando il maccartismo raggiunse il massimo livello) tenne sempre d’occhio la coppia. Forse è anche per questo motivo che Meeropol firmò tutte le sue opere con lo pseudonimo di Lewis Allan, creato unendo i nomi dei suoi due figli naturali.[1]

Abel e Anne Meeropol

In quegli anni ci furono dei casi di cronaca che ebbero un certo risalto e che impressionarono molto Abel Meeropol. Questi episodi erano dei linciaggi ad opera di cittadini americani bianchi nei confronti di altri cittadini americani neri. E non sarebbe corretto definirli episodi… Dal 1882 al 1968, infatti, avvennero 4743 linciaggi negli Stati Uniti, le cui vittime furono per il 72,7% neri ed il restante, in gran parte, bianchi accusati di aver aiutato dei neri.[2] Pochi, pochissimi avevano la voglia ed il coraggio di denunciare tali fatti. Uno di questi era il pionieristico leader per i diritti civili dei neri, W.E.B. DuBois che, dal suo ufficio di New York srotolava uno striscione con la scritta “Oggi un altro linciaggio”, ogni volta che ne accadeva uno.[3]

Il 7 agosto 1930, Thomas Shipp and Abram Smith furono linciati a Marion, Indiana, per un presunto omicidio nei confronti di un bianco (mai provato). Fu probabilmente questo fatto ad ispirare a Meeropol Strange Fruit.

Da questi macabri fatti, Meeropol trasse ispirazione per scrivere una poesia, inizialmente intitolata Bitter Fruit, che parlava di uno “strano frutto” che pendeva negli alberi del Sud: il corpo di un nero. La poesia, più tardi intitolata definitivamente Strange Fruit, divenne una canzone, cui lo stesso autore provvide a mettere in musica.

Southern trees bear strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root

Black bodies swinging in the southern breeze

Strange fruit hanging from the poplar trees.

 

Pastoral scene of the gallant south

The bulging eyes and the twisted mouth

Scent of magnolias, sweet and fresh

Then the sudden smell of burning flesh.

 

Here is a fruit for the crows to pluck

For the rain to gather, for the wind to suck

For the sun to rot, for the trees to drop

Here is a strange and bitter crop.

Gli alberi del Sud danno uno strano frutto,

Sangue sulle foglie e sangue alle radici,

Corpi neri che ondeggiano nella brezza del Sud,

Uno strano frutto pende dai pioppi.


Scena pastorale del valoroso Sud,

Gli occhi sporgenti e la bocca storta,

Profumo di magnolie, dolce e fresco,

Poi improvviso l’odore di carne che brucia.

 

Qui c’è un frutto che i corvi strapperanno,

Che la pioggia raccoglierà, che il vento risucchierà,

Che il sole farà marcire, che gli alberi lasceranno cadere

Qui c’è uno strano ed amaro raccolto.

 

Il testo, crudo, senza retorica, apre e chiude con una certa macabra ironia (lo “strano frutto” e “l’amaro raccolto”) ed alterna visioni positive (la “scena pastorale” ed il “profumo di magnolia”) con istantanee che non lasciano spazio all’immaginazione né al sentimentalismo (“gli occhi sporgenti e la bocca storta” e “l’odore di carne che brucia”).

La canzone cominciò ad essere eseguita in circoli politici o sindacali, talvolta cantata dalla moglie dell’autore, ma sarebbe stata destinata ad essere ascoltata esclusivamente da una piccola cerchia di persone, come la maggior parte dei lavori di Meeropol. Destino volle che durante una di queste esecuzioni vi fosse un certo Robert Gordon, che era stato incaricato di allestire lo show inaugurale di un nuovo nightclub di Greenwich Village, il Café Society. Barney Josephson, il gestore del locale, era non solo un appassionato di musica e di jazz, ma era anche un tipo di aperte simpatie progressiste ed amava circondarsi di persone alternative come intellettuali ed attivisti politici. Il Café Society, dunque, era un posto particolarmente amato da comunisti o simpatizzanti di sinistra, scrittori, sindacalisti, amanti e musicisti di jazz. Dal suo soffitto pendeva, appeso per il cappotto, un fantoccio di Hitler dalle sembianze scimmiesche. La clientela era totalmente eterogenea e – caso più unico che raro per l’epoca – bianchi e neri avevano pari dignità e trattamento. Tra i suoi frequentatori vi erano personaggi di un certo spessore, come Charlie Chaplin, Langston Hughes o Eleanor Roosevelt e vi si esibivano musicisti del calibro di Lena Horne, Sarah Vaughan e Teddy Wilson. Ma l’attrattiva principale del locale era la cantante Billie Holiday.

Barney Josephson

In breve, Josephson e Gordon si misero in testa che quella canzone non poteva rimanere relegata a pochi eletti e che doveva essere cantata nientemeno che dalla star, Billie Holiday. Così, un giorno, Meeropol si sedette al pianoforte e suonò Strange Fruit per Billie Holiday, la quale in un primo momento rimase piuttosto indifferente: «Sono certo che se Barney Josephson e Bob Gordon non fossero stati così colpiti dalla canzone» affermò l’autore in seguito, «Billie Holiday non l’avrebbe mai cantata, perché era così diversa dal genere di canzoni cui di norma prestava la sua inimitabile voce e la sua indimenticabile interpretazione musicale».[4] La realtà è che inizialmente la Holiday non capì a cosa si riferiva il testo della canzone, ma fu Josephson a pregarla affinché la cantasse. Comunque andarono le cose, in breve tempo Strange Fruit fu presentata ufficialmente al Café Society nel ‘38 alla presenza dell’autore, il quale ne rimase estremamente colpito: «Era esattamente l’effetto che volevo suscitare. Il modo di cantarla di Billie fu incomparabile, rendeva pienamente l’amarezza e il carattere scioccante che speravo la canzone avesse. Il pubblico le riservò un’ovazione incredibile».[5] Billie Holiday, Lady Day, aveva fatto sua quella canzone come nessun altro avrebbe potuto fare.

Barney Josephson aveva dato delle direttive ben precise su come doveva essere svolto lo show nel suo locale: vi erano tre set e la Holiday doveva chiudere ogni set con Strange Fruit. In quel momento le luci si spegnevano, lasciando solo un occhio di bue sul viso della cantante; i camerieri, le cassiere e tutti gli inservienti dovevano sospendere il proprio lavoro ed immobilizzarsi. L’ordine tassativo dato alla Holiday era di non tornare sul palco dopo quella canzone… «La gente doveva ricordare Strange Fruit. Doveva bruciargli dentro».[6]

Erano ormai maturi i tempi perché Strange Fruit dovesse essere registrata, ma né la Columbia – l’importante casa discografica con cui la Holiday era sotto contratto – né il produttore John Hammond se la sentirono di azzardare così tanto, temendo, non a torto, di inimicarsi qualche potere forte. A credere in questa canzone fu, però, Milt Gabler, proprietario di un negozio di dischi e di una piccola casa discografica, la Commodore Records. Il 20 aprile 1939, Billie Holiday entra negli studi della Commodore con una piccola band capeggiata dal trombettista Frankie Newton e con il suo pianista di fiducia – all’epoca suo fidanzato – Sonny White. Il risultato fu “una delle dieci canzoni che hanno cambiato il mondo” secondo quanto affermato dal mensile britannico Q, mentre il Time, nel gennaio 2000, l’ha definita “la canzone del secolo”.

Come ha scritto Gunther Schuller: «l’argomento del testo […] era inaudito nel mondo a base di “cuore” e “amore” della canzone di Broadway e Hollywood, o quanto meno non era mai apparso in forma così esplicita e icastica».[7]

La canzone originale era ben distante da quella registrata dalla Holiday. Innanzi tutto era in un’altra tonalità (do minore) ed era priva dell’esposizione del pianoforte ideata da Sonny White. Secondo il songwriter Arthur Herzog (che scrisse per e con Billie Holiday alcune delle canzoni di maggior successo) «Lui aveva raffazzonato qualcosa che assomigliava a una musica».[8]

Nell’arrangiamento utilizzato per la registrazione (da attribuire, secondo Herzog, a Danny Mendelsohn), la tonalità è di si bemolle minore e la forma consiste in due segmenti disposti come AABB.

Citando ancora le parole di Schuller: «Ancora una volta, ciò che resta indelebile nella memoria è una lettura di grande purezza, dall’emozione distillata, senza piagnucolii. Le parole, che sarebbero potute suonare banali e lacrimose, sono trattate con freddo rispetto per i fatti tremendi. La ferita c’è, ma non viene esibita. Non ha sbavature, la voce di Billie, pungente, dalla bella grana sonora, mentre si destreggia per lo stretto sentiero fra gli opposti trabocchetti possibili, la pretensiosa tragedia a sfondo sociale e la canzonetta goffamente “seria”».[9]

La seduta di incisione di Strage Fruit per la Commodore il 20 aprile 1939 ed il 78 giri

Le reazioni non si fecero attendere. Era il periodo in cui anche nell’ambiente politico la questione dei linciaggi cominciava ad essere discussa ed in qualche modo Strange Fruit scalò i piani del Congresso americano. Come scrisse in quell’anno la rivista Fraternal Outlook «Il Theatre Arts Committee la settimana scorsa ha rivolto un appello straordinario ai singoli membri del senato degli Stati Uniti inviando loro una copia della canzone di Lewis Allen [sic]Strange Fruit, una delle più forti denunce del linciaggio mai scritte […] Ai senatori è stato comunicato che milioni di americani hanno trovato le parole di Strange Fruit terribilmente commoventi»[10]

Negli anni, Strange Fruit continuò ad essere nel repertorio di Billie Holiday, che imparò ad usarla come cartina di tornasole in grado di «distinguere la gente veramente in gamba da quella col cervello bacato».[11] Infatti, nonostante il clamoroso successo, la canzone continuò ad essere osteggiata da più parti: alcuni locali non permettevano alla Holiday di cantarla e molte radio si rifiutarono di trasmetterla. Ancora negli anni ’80, negli archivi di una radio locale di Durham, nella Carolina del nord, di fianco al disco di Strange Fruit vi erano le scritte «Attenzione» e «Non programmare».[12]Anche nel film patinato Lady Sings The Blues, in cui Diana Ross interpreta Billie Holiday, Strange Fruit è stata privata della seconda strofa e dei primi due versi della terza, quelli più toccanti.

Pochi, pochissimi cantanti osarono interpretare Strange Fruit, almeno finché Billie Holiday fu in vita. Uno dei pochi fu il cantante e chitarrista Josh White, il quale si esibiva anch’egli regolarmente al Café Society negli anni ‘40. Ma, negli anni a seguire, Strange Fruit, superato ormai l’ostracismo dei primi anni, vedrà un numero sempre maggiore di cantanti e musicisti di qualsiasi genere alle prese con una sua lettura. Giusto per citarne alcuni, Strange Fruit è stata interpretata da: Cassandra Wilson, Sting, Nina Simone, Annie Lennox, John Legend, Tori Amos, Lester Bowie, Wynton Marsalis, Dee Dee Bridgewater, Barbara Hendricks, Marcus Miller, Antony and the Johnsons.

Nel 1959, in una delle sue rare apparizioni televisive, Billie Holiday provata da anni di droghe, alcool e esperienze drammatiche (morì pochi mesi dopo) decide di cantare ancora una volta Strange Fruit, accompagnata dal suo pianista di fiducia Mal Waldron. L’interpretazione è di rara intensità e la mimica facciale di Billie Holiday racconta tutto l’orrore ed il disgusto per questa terribile pagina di storia americana.

Nel 1956 venne pubblicata la sua autobiografia grazie al lavoro del ghostwriter William Dufty. Billie Holiday avrebbe voluto che fosse intitolata A Bitter Crop, ma l’editore si rifiutò e uscì alle stampe con il titolo Lady Sings The Blues.

Ciò che oggi rimane di Strange Fruit è un patrimonio storico ed umano incalcolabile, che mantiene ancora intatto lo stesso valore di quasi ottanta anni fa. Tutto ciò è stato reso possibile grazie alla sensibilità e al coraggio di uomini e donne che hanno sentito la necessità e l’urgenza di dover raccontare questa storia, a cominciare dall’autore del testo, da chi ci ha creduto e da chi l’ha interpretata. A loro dobbiamo la nostra riconoscenza.


[1] Negli anni ’50 i Meeropol adottarono i due figli dei coniugi Rosenberg mentre questi erano in prigione, coinvolti in unfamoso processo con l’accusa di spionaggio e poi giustiziati.

[2]  http://192.203.127.197/archive/bitstream/handle/123456789/511/Lyching%201882%201968.pdf

[3] David Margolick, Billie Holiday eseguirà… Strange Fruit, (titolo orig. Strange Fruit). Arcana Editrice, Roma, 2000, 37-38 
[4] Ibidem, 47

[5] Ibidem, 51

[6] Ibidem55

[7] Gunther Schuller, Il Jazz. L’era dello Swing. I grandi solisti. (titolo orig. The Swing Era). EDT, Torino, 2008, 143

[8] Margolick, 53

[9] Schuller, 144

[10] Margolick, 83-84

[11] Billie Holiday La signora canta il blues (titolo orig. Lady Sings the Blues), Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, 107

[12] Margolick, 158


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Agostino Marzoli nasce in mezzo ad un sacco di gente. Alla perenne ricerca di una propria identità, rimane folgorato all'età di 17 anni dalla musica e dal personaggio di Duke Ellington e si innamora perdutamente di Billie Holiday. Da bambino inizia a suonare il clarinetto, poi sceglie il basso tuba per la sua estetica e perché è un affronto al conformismo. Si diploma in conservatorio quanto basta per capire che alle note preferisce i suoni. Rimane stregato da Gustav Mahler, ma ha il tempo per innamorarsi della musica brasiliana e della Traviata di Giuseppe Verdi. Legge tutto di Boris Vian, che lo aiuta a non annoiarsi. Alterna passeggiate in montagna a pantagrueliche mangiate. La 'Patafisica è l’unica filosofia che sente di abbracciare. Ama la grappa e il cioccolato fondente. Ambisce a fare soldi senza impegnarsi ed a spenderli in cose non utili.