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Il 13 maggio 1978, l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone firmò la promulgazione della rivoluzionaria legge 180, fortemente voluta dallo psichiatra Franco Basaglia. La stesura vera e propria del testo di legge fu curata dall’onorevole democristiano Bruno Orsini, psichiatra anch’egli. 
A quarant’anni dall’approvazione di questa legge sulla chiusura dei manicomi, dai risvolti civili e sociali di ampia portata, Barbara Tovazzi, classe 1971, decide di esporre in una mostra a Milano alcuni suoi scatti eseguiti nelle strutture manicomiali abbandonate.
Barbara è amante del genere Urbex, la fotografia dei luoghi abbandonati. Molti autori più o meno noti si dedicano a questo tipo di fotografia, per motivi tra i più disparati che spaziano dall’interesse  per il decay in architettura, estetizzante e voyeuristico, a chi ne fa un’indagine a sfondo storico-urbanistico, con l’intento di “rivitalizzare” le costruzioni degradate per mezzo della fotografia, grazie al  suo potere evocativo.
L’autrice racconta che dopo un periodo iniziale di casuale avvicinamento agli edifici un tempo sede di ospedali psichiatrici, di solito soggetti fra i più selezionati nella fotografia Urbex, qualcosa è scattato dentro di lei al punto che ne ha ricavato un progetto fotografico dal titolo Quaranta di 180, esposto alla Libreria universitaria Franco Angeli a Milano, quartiere Bicocca, fino a fine novembre 2018.

Vorrei qui ricordare anche “Morire di classe” il reportage sui manicomi realizzato alla fine degli anni sessanta da Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati, in un periodo di grande fermento politico e sociale. Morire di Classe voleva essere un documento sulla drammaticità della condizione manicomiale. Questo per  evidenziare quanto il mondo disperato della malattia mentale doveva essere reso noto allora, anche per denunciare la necessità di un superamento della situazione manicomiale di vecchia concezione nel nostro Paese

I trattamenti a cui i pazienti erano sottoposti sono noti: i letti di contenzione, la camicia di forza, i bagni freddi e altre dure pratiche. Inoltre i malati erano allontanati dal loro mondo familiare, dagli affetti, privati anche degli oggetti personali, le fotografie e i piccoli ricordi di una vita che contribuivano a definire la loro identità di esseri umani con una storia alle spalle. L’esperienza di Franco Basaglia all’Ospedale di Gorizia fu quello di avviare una trasformazione della struttura da  fortilizio munito di sbarre atto a segregare, a un luogo che consentisse agli internati di vedere il cielo, espandersi verso quella vita all’esterno fatta anche di emozioni negate dalla detenzione. Non furono rose e fiori, il progetto di Basaglia non rimase privo di polemiche anche a causa di un incidente: il caso Miklus;  Miklus, in temporanea libera uscita, uccise la moglie a colpi d’ascia. I detrattori non persero occasione per dichiarare fallito l’esperimento di Basaglia.
Poi qualcosa è cambiato quando la legge 180 è entrata in piena applicazione: le porte si sono spalancate e i malati dimessi.

Che ne è stato degli edifici ormai inutilizzati? Il resto della storia ce lo racconta Barbara Tovazzi con le sue fotografie.

L’autrice afferma nella sua presentazione di aver provato un sentimento di inquietudine quando visitò per la prima volta un’ospedale psichiatrico abbandonato:

“Una sensazione di inquietudine che mi ha investito fin dai primi passi finché non sono uscita da  quella silenziosa struttura: un silenzio assordante lo definirei.  Beh, quella sensazione, forse data dalla suggestione provata nel camminare lungo i lunghi corridoi buttando lo sguardo nelle stanze semivuote, mi ha colpito l’anima come una lancia.”

Gli ospedali psichiatrici non più operativi, anziché essere convertiti in luoghi aperti di accoglienza, in servizi di igiene mentale di stampo innovativo, rivolti ai pazienti già emarginati dalle famiglie che non potevano farsene carico per gestirne il recupero, furono abbandonati e nessuno si è occupato di avviare alcuna conservazione o riconversione. Lo stato di degrado è evidente e ben documentato dalle fotografie di Barbara.  Il suo racconto prosegue:

“Una volta uscita ho sentito il bisogno di andare oltre, quella era stata un esplorazione diversa da tutte quelle che avevo fatto prima. E allora è cominciata la mia ricerca visitandone altri, tutti in abbandono, documentandomi e leggendo  storie di ex internati per cercare di capire cosa avevano passato, perché ci erano finiti, come erano riusciti a sopravvivere a quelle celle, a quelle finestre sbarrate, ai soprusi  provenienti dalle persone che  in teoria erano li per curare la loro malattia, nei casi in cui ci fosse stata.”

Illuminante la frase erano lì per curare la loro malattia, nei casi in cui ci fosse stata.
Pensiamo a quante persone ritenute “scomode”, dalla famiglia o da quella parte di società organizzata in gruppi di potere che non tolleravano il “diverso” o il “dissidente”, sono state rinchiuse in un manicomio.

Pensiamo a un esempio famoso: la poetessa Alda Merini che trascorse dieci anni della sua vita in internamento;  allora Barbara Tovazzi, fotografa sensibile, ha deciso di corredare le sue immagini con gli scritti e gli aforismi di Alda Merini, testimone eccellente degli orrori che ha visto con i suoi occhi e che ha trasmesso a noi con la grande e dolente intensità di cui è stata capace.

Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”.

Alda Merini – “La pazza della porta accanto”

Immagini tratte dalla mostra “Quaranta di 180” © Barbara Tovazzi


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