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Eliminare il razzismo non vuol dire mostrare e
convincersi che gli Altri non sono diversi da noi,
ma comprendere e accettare la loro diversità.
Umberto Eco

Un argomento attualissimo là dove la politica che promuove un’antropologia negativa, crea Allarme e Pregiudizio e agevola la divisione della società in buonisti inclini all’accoglienza e all’integrazione dei popoli, e  suprematisti che rimestano nella  paura di una “invasione”, vocabolo ricorrente (non parola), usato verso chi è culturalmente “diverso” per religione, lingua, comportamenti, colore della pelle e altri attributi atti a definire la diversità.

Insomma, un clima esasperato che appesantisce l’animo di chi preferirebbe una politica civile e rispettosa dei diritti umani; ma le cose, sappiamo, non vanno esattamente in questa direzione: il Decreto sicurezza varato dal governo depotenzia gli Sprar, se non addirittura cancella realtà già consolidate: famoso è il caso del modello Riace, conclusosi nello smantellamento di una comunità ri-sorta grazie al sistema di accoglienza voluto dal sindaco Mimmo Lucano. Tutti i particolari in cronaca, non è necessario che riassuma qui i fatti.

Esce postuma, per la penna di Umberto Eco, una breve raccolta di quattro saggi dal titolo “Migrazioni e intolleranza”: i primi tre frutto di interventi dell’autore in convegni internazionali tenutisi alcuni anni fa, il quarto è l’introduzione a un’antologia di testi sull’antropologia reciproca dell’associazione Transcultura, pubblicata in Francia nel 2011.

Entriamo dunque nel vivo di un tema dibattutissimo sui media e i social network, che  surriscalda la platea di individui pesantemente condizionati dal ritornello “prima gli italiani”. Un condizionamento che favorisce il sospetto e la paura dell’Altro generando, fra l’altro, un vero e proprio cortocircuito categoriale, tale per cui se uno straniero delinque, allora tutti gli stranieri saranno probabili delinquenti.

E ciò accade in un millennio nel quale si assisterà a un “grande meticciato di culture”, una convivenza, che vorremmo sperare fatta di apertura nei confronti dei popoli poiché, asserisce l’autore, nessun razzista, nessun nostalgico reazionario potrà impedirlo, il meticciato, per l’appunto.

A questo punto, per meglio chiarirci le idee,  è necessario distinguere tra immigrazioni e migrazioni:

Si ha “immigrazione” quando alcuni individui (anche molti, ma in misura statisticamente irrilevante rispetto al ceppo di origine) si trasferiscono da un paese all’altro (come gli italiani o gli irlandesi in America, o i turchi in Germania). I fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente, limitati, incoraggiati, programmati o accettati.

Non così accade con le migrazioni. Violente o pacifiche che siano, sono come i fenomeni naturali: avvengono e nessuno le può controllare. Si ha “migrazione” quando un intero popolo, a poco a poco, si sposta da un territorio all’altro (e non è rilevante quanti rimangano nel territorio originale, ma in che misura i migranti cambino radicalmente la cultura del territorio in cui hanno migrato).

Umberto Eco, Migrazioni e intolleranza, La nave di Teseo, pag. 22

L’ultima riga della citazione richiama alla mente la preoccupazione di connazionali che temono linvasione dei popoli di fede islamica, volta a trasformare radicalmente la nostra cultura…

In realtà l’autore ci ricorda migrazioni storiche, quelle barbariche verso l’impero romano, che hanno generato nuovi regni e nuove culture dette “romano barbariche”, o la migrazione europea verso le Americhe.

Nonostante la mancanza di confini netti nell’immaginario popolare, tra immigrazioni e migrazioni, di fatto è molto probabile propendere per quest’ultimo caso. Il terzo mondo bussa alle porte dell’Europa e sarà difficile non prendere atto di una verosimile trasformazione del continente europeo in senso multietnico.

La storia vuole che migrazioni e immigrazioni diano luogo a fenomeni di intolleranza e qui Umberto Eco ci rammenta il significato di fondamentalismo, da intendersi come principio ermeneutico, o integrismo che dir si voglia.

Fondamentalismo, integrismo, razzismo pseudoscientifico (quello dei nazisti, per intenderci N.d.R.) sono posizioni teoriche che presuppongono una dottrina. L’intolleranza si pone prima di ogni dottrina. In tal senso l’intolleranza ha radici biologiche, si manifesta tra gli animali come territorilità, si fonda su reazioni emotive spesso superficiali  – non sopportiamo coloro che sono diversi da noi, perché hanno la pelle di un colore differente, perché parlano una lingua che non comprendiamo. […] 

Umberto Eco, Migrazioni e intolleranza, La nave di Teseo, pag.  36-37

L’intolleranza, prosegue il nostro, più pericolosa, è proprio quella che sorge in assenza di qualsiasi dottrina, a opera di pulsioni elementari.

Quasi ogni giorno assistiamo a occasionali episodi di intolleranza verso stranieri richiedenti asilo nel nostro Paese e in Europa, confidando di trovare un posto migliore per vivere e lasciarsi alle spalle le atrocità che hanno dovuto subire a casa propria.

Purtroppo non è l’occasionalità a rendere meno preoccupante l’intolleranza verso i neri, i disabili, gli omosessuali, le donne.

Già, la pulsione selvaggia, l’emotività incontrollata, cavalcata dalla propaganda politica, è piuttosto distante da un ragionamento più maturo circa auspicabili iniziative di transcultura, cioè un’antropologia reciproca consapevole che la presunta dominanza occidentale è un pretesto: come noi guardiamo loro, loro guardano noi: rappresentanti di diverse culture che si analizzano reciprocamente.

Una consapevolezza allargata che sappia considerare tutti gli aspetti del problema, fra cui il limite stesso della lotta contro l’intolleraranza: contrastare la nostra intolleranza non significa dover accettare ogni visione del mondo e fare del relativismo etico la nuova religione europea.

Il che non vuol dire rinunciare a sperare in una pacifica convivenza tra individui di differenti culture ma, come suggerisce l’autore, disciplinarsi mediante l’uso della ragione. Facile vero ?


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