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Eppure il paesaggio non è una colpa

Davide Sapienza

Geopoetica, un’esperienza da amanti della natura, ambientalisti di lungo corso, seguaci della tradizione spirituale andina che venera la Pachamama, e chi più ne ha più ne metta;  il tutto affiora nel mio immaginario rovistando nel settore razionale della mente, un razionale incombente nel  suo essere dominatore a scapito di percezioni espanse, considerate antitesi di uno stile cognitivo che ci orienta nel mondo per mezzo del pervasivo metodo cartesiano. Insomma l’armamentario mentale al quale so di non sfuggire, ma dal quale posso anche difendermi all’occorrenza.

Quindi imbattermi in Davide Sapienza in persona e nel suo libro Il Geopoeta, è stata una vera sorpresa.

Chi è un geopoeta, cosa ci si aspetta dalla geopoetica? Lo scopro conversando con l’autore e leggendo il suo libro di “Avventure nelle terre della percezione”, così recita il sottotitolo.

La geografia imparata a scuola,  ancella delle materie, ci distacca da un più consapevole vissuto emozionale che mette al centro la nostra naturale ma dimenticata connessione con l’ambiente nel quale siamo immessi. Già, il grembo della generosa Madre Terra che ci ha partoriti e dalla quale la menzogna della civilizzazione tende in ogni modo a separarci.

E qui parte l’obiezione:  nostra madre umana ci ha messi al mondo per renderci liberi affinché, con il passare del tempo, ognuno prenda la propria strada; non emerge, quindi, una contraddizione?

Nessuna contraddizione, la geografia, cioè la scrittura della terra, si configura come un sano rapporto con la Terra Madre,  la vera sostanza del nostro cammino nel mondo.

La geografia è prima di tutto una poetica, un atto generativo in continuo fluire, divenire, evolversi. Nel momento in cui venisse riconosciuta la sua importanza, nel momento in cui il paesaggio dell’urbe – grande o piccola – dovesse imporsi definitivamente al centro del discorso pubblico, ne scaturirebbe l’esigenza di una reale ricerca di metodi che diano vita a comunità costituite da interconnessioni sociali, politiche, culturali, ricreative.”

Davide Sapienza, Il Geopoeta, Bolis edizioni, pag.12

Prosegue l’autore: “la geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta intorno a noi.”

Quindi l’uomo moderno, tecnologico, dovrebbe ora reimparare a coltivare una relazione più radicale con la geografia (dal greco “descrizione e rappresentazione della terra”); la più antica scrittura e lingua del pianeta che alimenta il nostro bagaglio sensoriale ed emozionale; evitiamone lo scadimento. Un invito a superare il balbettio generato dall’analfabetismo emozionale; allora  impariamo questa bella lingua che ci accompagna di continuo nella porzione di universo che occupiamo.

Non si diventa geopoeti in poche, semplici mosse, bensì ponendosi a contatto con gli strati più profondi dell’essere, per facilitare la relazione d’ascolto con l’ambiente circostante. La risonanza che ne deriva sarà il nostro viatico.

Il Geopoeta si articola in nove capitoli ognuno di essi legati a un luogo vissuto, o a un moto dell’interiorità, ed è frutto di  un reale che scaturisce direttamente dall’inconscio, inducendo il lettore a penetrare l’Ultratempo, elemento unificante che oltrepassa la scansione del tempo in frequenze disarmoniche, atte a spezzare la nostra vita in ritmi artificiosi, ritmi incoraggiati dall’incedere dell’inevitabile crescendo tecnologico.

Dalla Valle dell’Occhio al Nordland, dove regna la sottile luce artica, senza dimenticare i Cairn, piccole figure in pietra, segnavia del cammino dell’uomo, e non meno importante la pittura di Giovanni Segantini. Leggete e capirete, non voglio anticiparvi tutto.

La parola d’ordine della geopoetica è poiesis, il fare dal nulla:

“Geopoeta o non geopoeta, chi scrive dovrebbe avere sempre consapevolezza di un ruolo: essere espressione e nel contempo creatore di nuovi paradigmi in grado di legittimare la nostra appartenenza alla Comunità della Terra. Cartesio non basta più: non la mente da sola, non le dita  sui dispositivi digitali, non il pensiero riflesso. Il territorio deve emergere nella sua pienezza come valore assoluto composto da una infinita rete di valori connessi tra loro, con il fine di far progredire l’intera greater community: di scrittori, di costruttori di stufe, di donne che corrono sul sentiero. Perché ciò avvenga occorre recuperare l’antico fare dal nulla – la poesia come veicolo impalpabile ma tremendamente efficace per immaginare, esplorare, percorrere, osservare, captare, percepire, trasformare ogni tipo di territorio – fisico, artistico, umano – in una narrazione genitrice di terminazioni nervose sociali non tossiche.”

Davide Sapienza, Il Geopoeta, Bolis edizioni, pag. 27.

L’eros geopoetico dell’autore si manifesta in una scrittura magnetica che cattura il lettore; del resto per lui la scrittura è nutrice e  nutrimento, un’esperienza autentica priva di vanità.

E se vi dicessi che Davide Sapienza è anche il traduttore di Jack London, sarà un caso ? Senza contare Edgar Allan Poe e Barry Lopez.

L’universo della geopoetica di Sapienza spazia da Alexander Von Humboldt suo grande ispiratore,  colui che elaborò l’idea di Nturgemälde, la visione totalizzante della natura quale forza globale interconnessa,  a François Truffaut, Akira Kurosawa, Neil Young e i Pink Floyd, solo per fare qualche esempio; nel 2004 pubblica i Diari di Rubha Hunish, testo precursore della narrativa geopoetica, seguito da una nutrita serie di pubblicazioni sul tema. L’esordio nell’editoria musicale negli anni giovanili.

Davide Sapienza è nato a Monza nel 1963.

“Ogni pensiero sorge nella mente, nel suo sorgere mira a passar fuori della mente, nell’atto; proprio come ogni pianta, germinando, cerca di salire alla luce.”
Ralph Waldo Emerson

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