Copertina del libro

Dell’Africa non si è mai tanto parlato come ai giorni nostri, a causa del fenomeno dei cosiddetti flussi migratori, risultante nell’abbandono del proprio territorio da parte delle popolazioni minacciate dalla guerra e da condizioni di estrema povertà, tali da rendere insostenibile la vita in quei luoghi.

Un abbandono che si potrebbe ormai definire coattivo negli effetti, stante la difficoltà, mi si passi l’eufemismo, a porvi rimedio a breve, medio e forse lungo termine da parte degli Stati coinvolti a vario titolo nel manifestarsi e perdurare di tale fenomeno, senza contare il deterioramento del clima e l’incombente desertificazione che spingerà le popolazioni a cercare rifugio altrove, non bastassero le guerre.

Si parla di più di un centinaio di milioni di migranti climatici, entro il 2040, come riportano alcune fonti.

Dell’Africa, di fatto, sappiamo molto poco; chi non è direttamente coinvolto in operazioni umanitarie o gli occidentali che ci vivono, potrebbe coltivare una visione alterata e parziale, talvolta mediata dalla narrazione diffusa dalle forze politiche più conservatrici: i sovranisti difensori dei confini.

Oppure chi, rinchiuso nella bolla protettiva di un resort ad uso turistico, scarsamente entra in contatto con la realtà del paese ospitante.

Quella parte del mondo occidentale affetta da una forma grottesca di nazionalismo feticcio quanto mai anacronistico, manifesta l’attitudine a considerare predatori coloro che sono depredati, in una sorta di transfert che addormenta e assolve le coscienze; alle prese con integrazione e multiculturalismo, il termine più alla moda è melting pot, tanto per sentirsi a à la page in qualche fittizio salotto o nelle conversazioni da social network.

Questa, in linea di massima, è la retorica ricorrente che alimenta l’immaginario collettivo.

Un chiarimento circa le nostre zone erronee intorno ai misteri del continente nero potrebbe giungere

da un libricino, esile nel formato ma denso nel contenuto, esito di un viaggio nel continente africano, da parte dello scrittore Giorgio Manganelli, dal titolo “Viaggio in Africa”, pubblicato recentemente da Adelphi Edizioni.

Il sedentario ma lucido interprete, Manganelli, – godetevi la postfazione a cura di Viola Papetti: trapassato di colpo a scrittore in cammino per il mondo, – riceve, nel 1970, un insolito incarico da parte di Carlo Castaldi, all’epoca dirigente della società di ingegneria Bonifica. Tale compagnia progetta l’edificazione di una strada – la Transafricana1, mai realizzata – lungo la costa dell’Africa orientale, precisamente dal Cairo a Dar es Salam, e Castaldi pensa bene di documentare quest’avventura imprenditoriale avvalendosi dell’apporto di consulenti esterni: una fotografa, un ingegnere, altri specialisti, e perché no, una voce narrante lontana dalla reportistica tecnica.
Giorgio Manganelli entra in scena in questa veste:

Alle spalle del viaggiatore l’Africa della memoria si atteggerà
in modo vario e contraddittorio,
a seconda che egli ne viva le immagini da cittadino europeo consenziente,
o perplesso o infine succube del fascino assimilatore del mondo africano;
ed è probabile che egli passi di volta in volta dall’uno all’altro di questi ruoli 
”.

Giorgio Manganelli, Viaggio in Africa.

Il vero volto del continente, la sua singolarità, l’arcaicità umana, la precarietà della legge collettiva, i paesaggi ardui e poderosi fanno dell’Africa un sorprendente catalogo di simboli, qualcosa che serve a chiarire il mondo del malessere europeo.

Di questa esperienza rimasta inedita fino ad oggi, colgo recensione dal blog Cabaret Bisanzio, a cura di Lorenzo Leone


 

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore.

Rita Manganello è milanese di nascita, amante della fotografia e del cinema da quando ha memoria. Dopo gli studi classici e la Scuola di Giornalismo, ha lavorato in società multinazionali di primaria importanza nell’area della comunicazione e delle risorse umane, maturando un profilo professionale che le consente, oggi, di avere uno sguardo aperto alla contemporaneità. Giunta a fine carriera torna a dedicarsi alle passioni di un tempo fra cui la fotografia, il cinema, l’arte e la letteratura. Alterna l’attività di esplorazione fotografica a quella redazionale e si occupa di lettura dell’immagine per i colleghi fotografi.