“Miracolo a Milano”, 1951 di Vittorio De Sica Nella foto: comparse che interpretano degli spazzini fotografate in Piazza del Duomo durante la lavorazione di una scena del film @ArchiviFarabola

Inclini a considerare Cinecittà, a Roma, come rinomata sede delle nostrane produzioni cinematografiche, talvolta dimentichiamo che Milano ha avuto un ruolo nel settore e vanta alcuni brillanti trascorsi.

Vero per alcuni registi fra quelli che nominerò più avanti, eccezion fatta per Fellini, Bertolucci, Rossellini, Germi e alcuni altri, che l’hanno snobbata.

Ce lo racconta con buona volontà documentale la mostra inaugurata a Milano, a Palazzo Morando, dall’8 novembre 2018 al 10 febbraio 2019 dal titolo Milano e il Cinema, promossa dal Comune di Milano Cultura, Direzione Musei Storici.

Evidentemente Milano è in piena fase propulsivo-promozionale voluta dalle più recenti giunte locali, e ciò riverbera anche negli aspetti culturali sui quali l’amministrazione cittadina investe più sentitamente che nel passato.

In una realtà espositiva sobriamente immersiva mi sento autorizzata a compiacere la memoria e la malcelata cinefilia, riportando le mie impressioni circa gli scenari che fanno da sfondo alle opere selezionate dal curatore Stefano Galli; scopo della mostra è quello di avvalorare la tesi che Milano ha avuto una sua peculiare tradizione cinematografica.

L’esposizione a carattere storico-antologico inizia il suo racconto nel 1909, quando Luca Comerio edifica in zona Turro ben attrezzati stabilimenti cinematografici con i mezzi a disposizione all’epoca. Ma non solo, alcuni anni dopo apre i battenti Armenia Films in zona Bovisa, ex Milano Films di Comerio, mentre nel 1945 sorgono gli stabilimenti ICET nel quartiere Barona. La proverbiale vocazione imprenditoriale milanese si fa viva anche in questo comparto.

Nonostante le felici promesse di una Milano filmica inizialmente del tutto sperimentale, c’è chi la pensa criticamente:

Milano è piatta: Non ha fiumi. La sua luce è spesso avara. Ci sono pochi monumenti di rilievo: Già solo queste caratteristiche fisiche ed estetiche danno ragione dei pochi film girativi dal dopoguerra in poi. Si può affermare che Milano non è mai stata una città “cinematografica” nel senso tradizionale della parola: le sue qualità cinematografiche sono moderne, sottili, nascoste“.

John Foot, Milano dopo il miracolo, ed. Feltrinelli

Secondo questa tesi c’è da domandarsi cosa vi abbiano trovato di interessante cineasti quali Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Vittorio De Sica ed Ermanno Olmi che ricordiamo per le loro realizzazioni indimenticabili: Miracolo a Milano di De Sica, La Notte di Antonioni, Rocco e i suoi fratelli di Visconti e Il Posto di Olmi.

Probabilmente sono proprio le sue qualità moderne, sottili e nemmeno tanto nascoste a fare da substrato a film passati alla storia del cinema. Milano in piena ricostruzione nel primo dopoguerra, un concentrato di ciò che di “propositivo” può esserci in una società che promette di investire nel capitale umano creando, di fatto, alienazione, nel suo essere socialmente divisiva: dai poveri straccioni di Miracolo a Milano alla tronfia imprenditoria di nuovo conio de La Notte; dai sottoproletari immigrati di Rocco e i suoi fratelli, pervasi da un’inquietudine sofferta quotidianamente nel loro essere “etnicamente altri”,  alla triste attesa di uno squallido impiego per il malinconico protagonista de Il Posto, non meno marginale degli immigrati meridionali venuti a lavorare nelle fabbriche.

In questi film sono ben evidenziati i simboli della città ricca dell’alta borghesia dalle case eleganti, il Duomo e la sua grande piazza e le invitanti vetrine della Rinascente, responsabile della democratizzazione del lusso [1], in contrasto con la periferia misera del proletariato urbano.

L’esposizione a mezzo di fotografie, manifesti, contributi video e memorabilia – così recita il comunicato stampa – spazia fra i decenni attraverso i vari generi, dalla commedia al poliziottesco  degli anni settanta a base di  sbirri dallo sguardo bieco che usano le maniere forti, senza tralasciare il filone industriale e pubblicitario che permane nell’immaginario collettivo: pensiamo ai filmati etici di Bruno Bozzetto e al gruppo Campari, per fare un esempio, che ha sempre puntato alto nel promuovere il suo marchio.

Esaurito il tema forte dell’integrazione tra i nuovi arrivati e i cittadini milanesi, il cinema a Milano sfumerà progressivamente nel décalage di una società globalizzante, meno capace di sorprendere; non vedremo più la Stazione Centrale, cardine del passaggio dal paese alla città ostile e poco ospitale, ma l’avvento di nuovi soggetti sociali.

Gli anni ottanta videro la comparsa di un genere di film “yuppie”, come Sotto il vestito niente e Via Montenapoleone,[2] che riflettono perfettamente lo spirito della “Milano da bere” inventata dalla pubblicità. Alcuni di questi film sembrano proprio appendici della pubblicità stessa, e i due mondi si intersecano spesso con il passaggio di diversi registi e scrittori da uno all’altro“.

John Foot, Milano dopo il miracolo, ed. Feltrinelli.


[1] Grandi Magazzini di Mario Camerini, 1939
[2] entrambi diretti da Carlo Vanzina, 1985-1987


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Rita Manganello è milanese di nascita, amante della fotografia e del cinema da quando ha memoria. Dopo gli studi classici e la Scuola di Giornalismo, ha lavorato in società multinazionali di primaria importanza nell’area della comunicazione e delle risorse umane, maturando un profilo professionale che le consente, oggi, di avere uno sguardo aperto alla contemporaneità. Giunta a fine carriera torna a dedicarsi alle passioni di un tempo fra cui la fotografia, il cinema, l’arte e la letteratura. Alterna l’attività di esplorazione fotografica a quella redazionale e si occupa di lettura dell’immagine per i colleghi fotografi.