Immagine tratta dal film  https://www.youtube.com/watch?v=ep-O2Nl0P0s

Sulla mia pelle ha aperto la sezione Orizzonti della 75esima mostra del Cinema di Venezia 2018, che schierava 8 opere prime su 19, affrontando la drammatica rievocazione della tragica vicenda di Stefano Cucchi.

Diretto da Alessio Cremonini, vede Alessandro Borghi nel ruolo del ragazzo morto durante il fermo, Jasmine Trinca in quello della sorella Ilaria.

In molti hanno scritto di getto dopo la visione di questo film, che, in qualche modo, sembra voler restituire un po’ di Stefano Cucchi alla sua famiglia ma anche a chi ne ha avuto conoscenza dalla tragica foto che tutti hanno visto.

Anche per rispetto alla scelta del regista di non forzare il già tremendo impatto emotivo che, naturalmente, dilaga per tutta la durata della pellicola ed ha dilagato nella lunghissima e non ancora giunta al termine battaglia legale di Ilaria Cucchi per la ricostruzione della vicenda, vorrei poter parlare di questo film in chiave meramente concettuale.

Il film, che riesce a metaforizzare i rapporti di forza, è efficace perché si limita, dopo un accurato studio degli atti giudiziari della cronaca degli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, a dare delle informazioni senza far vedere ciò che si può solo immaginare sia accaduto.

Il film è efficace perché ci interroga non tanto se la legge corrisponda alla Giustizia, slittamento certamente denso di sbavature in questa vicenda, ma perché accende delle domande, più attuali che mai, visti i tempi che corrono e dalle quali si fa fatica ad evincere le risposte.

La prima: come vengono formati quelli che dovrebbero difenderci, affrontare situazioni di stress? Se ci sono delle procedure, queste sono verificabili?

La seconda, quanto è importante la formazione anche culturale degli stessi al fine di garantirne il recepimento?

La terza, quanto in questo paese, indipendentemente dal reato commesso da un cittadino, possiamo contare nello Stato garantista di Diritto? Poiché in uno stato presumibilmente civile l’applicazione della legge deve essere tanto più efficace e certa quanto più l’imputato l’ha infranta.

Il film è efficace perché lascia trasparire le conseguenze che si verificano quando c’è una falla o più falle di sistema.
Quando la fiducia vacilla non c’è più patto o contratto fra il cittadino e lo Stato.

È già accaduto a Genova nel 2001, anche agli occhi di tutto il mondo, con tutte le non-conseguenze del caso.

Vorrei a questo punto ampliare il discorso dei rapporti di forza in un discorso di maggior respiro.

Il festival di Venezia ha quest’anno esibito un cartellone fra i più stimolanti degli ultimi anni.

Nonostante l’apprezzamento generale, però, a fine luglio, alla presentazione della selezione 2018 la temperatura nel mondo del cinema ha raggiunto un picco imprevisto. La causa? La decisione del direttore Alberto Barbera di presentare in concorso ben tre films che difficilmente sarebbero usciti in sala, in quanto prodotti o acquistati dalla piattaforma streaming Netflix.

Una decisione che in una nota congiunta, l’Associazione Nazionale Autori Cinematografici, laFederazione Italiana dei Cinema d’Essai e l’Associazione Cattolica esercenti cinema hanno giudicato controversa ed inopportuna, e che ha suscitato una presa di posizione formale anche delle associazioni di sale cinematografiche Anec e Anem.

Di fatto” avevano  affermato Anec, Fice e Acec , “uno dei due festival cinematografici più prestigiosi al mondo, in assoluta controtendenza con quanto deciso dal direttore del festival di Cannes, potrebbe assegnare il Leone d’Oro o la Coppa Volpi ad opere che non saranno mai visibili sul grande schermo. Le associazioni del cinema indipendente sono convinte che alla base stessa della mostra vi sia ancora l’idea di fruizione in sala delle opere presentate in concorso, non solo in omaggio all’arte cinematografica, che trova la sua migliore riproduzione sul grande schermo ed in un contesto di condivisione collettiva, ma anche nel rispetto della libertà dello spettatore, che per vedere uno o più films premiati, avrebbe, altrimenti, come unica scelta, la sottoscrizione dell’abbonamento alla piattaforma che ne abbia la visione esclusiva. Paradossalmente, la Mostra diverrebbe promotore indiretto e inconsapevole di un unico diffusore. Pur rispettando la decisione presa” concludeva il comunicato, “invitiamo il direttore Barbera ad una riflessione comune con gli esercenti e gli autori, affinché tale decisione sia riconsiderata a partire dal prossimo anno. Riteniamo infatti che un’istituzione nazionale di eccellenza come la Biennale Cinema (anche in considerazione del sostegno pubblico, confermato dalla nuova legge cinema) debba tener conto della intera filiera del settore , ed, in particolare, non trascuri quanto l’esercizio italiano ha svolto e continua a svolgere per promuovere e valorizzare nelle sale proprio quel cinema di qualità che è l’essenza stessa della Mostra di Venezia”.

Commentava anche Domenico Dinoia, presidente FICE:

Non sorprende che in Italia, dove il sistema cinema è meno legato al concetto della centralità della sala, la soluzione adottata sia diversa da quella di Cannes, tuttavia la grande stima e considerazione per i Coen , Cuaron o per il film Cremonini che apre Orizzonti, che sarà distribuito in contemporanea su piattaforma streaming e nelle sale che vorranno programmarlo (caso del tutto inedito) non fuga le perplessità per la scelta discutibile e le preoccupazioni per un competitor che investe tanti soldi per promuovere i propri servizi in abbonamento, e che rischia di arrecare non pochi scossoni alla produzione indipendente di ogni nazionalità”.

Lascio a voi le considerazioni su ciò che è poi effettivamente accaduto.

Concludo dicendo che il cinema è un’arte che prevede od immagina un tempo di ricezione/percezione che non può decidere chi guarda, altrimenti il montaggio ed il concetto stesso della regia verrebbero a mancare. Il cinema è un’arte che racchiude l’idea dello sguardo e di immagini concepite per il grande schermo.
(I greci sull’”aspetto” dei tempi avevano le idee chiare).
Anche se, come forse è normale, ogni giorno v’è qualcuno che decide di cambiare le regole, ricordiamoci che non può farlo senza il nostro consenso.


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Monja Zoppi, nata a Roma, laureata in Lettere e Filosofia presso “La Sapienza” di Roma – D.A.M.S. – Dipartimento Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, con una tesi in Storia del Teatro e dello Spettacolo sulla Commedia dell’Arte in Francia. Consegue un Master in Fotografia presso lo I.E.D. – Istituto Europeo di Design di Roma. Esperta di comunicazione visiva, ha redatto numerosi progetti fotografici in cui coniuga la sua professione con le passioni per l’Architettura, l’Arte ed il Cinema. Grande viaggiatrice, curiosa delle diverse culture e usanze, ha realizzato numerosi reportages fotografici, utilizzando lo pseudonimo @MjZ, curandone soprattutto l’aspetto sociale; significativi sono quelli su: Stati Uniti d’America, America Centrale, America Latina, Cina e Africa. Co-fondatrice di Diatomea.net divulga progetti svolti singolarmente e collettivamente sulla piattaforma web.