Valle del Belice, 14 gennaio 1968.
Un violento evento sismico cambiò per sempre la vita degli abitanti della Valle compresa tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo. In nove mesi si registrarono circa 345 scosse, le più devastanti avvennero nei giorni successivi alla prima, ma non smisero fino a settembre dello stesso anno.

Un mese dopo il sisma, solo nella provincia di Trapani, più di 10.000 persone si trovarono senza un tetto e si stima che altrettante emigrarono in altre province ed all’estero. In quel caso gli stanziamenti economici, anche se tardivi, ci furono, ma si pensi solo al fatto che nella prima metà degli anni ’70, i baraccati in totale erano ancora quarantasettemila.

Compresa in questa porzione della Sicilia occidentale vi è GibellinaIbbiddina in dialetto siciliano, nome derivante dall’arabo Gebel (che significa altura) e Zghir (che significa piccola) e, secondo alcuni storici, fondata proprio dagli stessi nel periodo dell’Alto Medioevo.

Gibellina Vecchia, come ormai la chiamano oggi gli abitanti del luogo, nasceva sul bacino del fiume Belice, così da soddisfare esigenze insediative di tipo agricolo, e si estendeva urbanisticamente come un tipico borgo rurale dell’entroterra siculo, il cui tessuto urbano, costruito nel XIV secolo, si sviluppava attorno al castello costruito da Manfredi Chiaromonte, Signore di Trapani; presentava un impianto urbano pressoché policentrico, in cui trovavano ampio spazio gli agglomerati centrali, più grandi e regolari, mentre, e gli agglomerati più piccoli e frammentati, andando verso le estremità del borgo. All’interno di questo impianto gli assi viari principali erano due, ortogonali fra di loro, e delimitavano a loro volta altri allineamenti dei comparti, a seconda, anche, dell’andamento dell’altura, creando così nuovi tracciati viari di espansione edilizia.

Un sistema complesso, lo potremmo definire oggi, ma che seguiva una logica urbanistica precisa.

Immagine tratta da  https://www.primapaginamazara.it/46-anniversario-del-terremoto-del-belice-gibellina-seconda-parte/

È importante sottolineare come fosse l’assetto urbanistico di Gibellina per avere una lettura complessiva di quello che era, di quello che non esiste più e di quello che è oggi.

Negli anni ’70, per volontà dell’allora sindaco Ludovico Corrao, che voleva far diventare la ricostruzione di Gibellina il simbolo della rinascita post-terremoto della Valle del Belice, vennero chiamati i più grandi artisti contemporanei del tempo ad intervenire, con le loro opere, in una parte di territorio allora libera da insediamenti urbani e che dista a circa 20 km da dove sorgeva la vecchia città. Artisti di ogni nazionalità risposero all’appello del sindaco offrendo le loro opere ed i loro progetti architettonici per far risorgere la città in quella parte di territorio che oggi è identificato come Gibellina Nuova.

Rimando ad un altro articolo le vicende che accompagnarono e che accompagnano questo piano di costruzione/recupero della comunità locale dislocata rispetto al luogo in cui avevano vissuto fino ad allora; certo è che, oggi, Gibellina Nuova è un museo en plein air che contiene, all’interno, interventi di architettura ed arte moderna.

Cito solo alcuni dei professionisti chiamati a dare il loro contributo: Mario Schifano, Andrea Cascella, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino, Franco Angeli, Leonardo Sciascia, Ludovico Quaroni, Franco Purini. Tra questi grandi maestri fu chiamato anche Alberto Burri ma quello che fece, fu di gran lunga differente rispetto alle scelte prese dagli altri artisti.

Quando, nel 1981, Burri fu invitato dal sindaco ad intervenire, con la sua opera all’interno del piano di ricostruzione, e fu portato a visitare Gibellina Nuova, l’artista si dimostrò piuttosto scettico nei riguardi delle scelte che erano state fatte, come piano di intervento,  e chiese, quindi, di essere accompagnato a vedere la vecchia città, ridotta ormai ad un cumolo di macerie.

Venti chilometri, per chi è abituato a girare in città, sembrano cosa da niente.
In realtà, la strada da percorrere, per arrivare dalla città nuova a quella vecchia, è una strada quasi di montagna, tipicamente piena di curve ed in salita: si impiega più di mezz’ora per arrivare,  ed alcune tratte viarie di collegamento sono ancora “chiuse per lavori” ,  tanto da non essere percorribili.

I chilometri che accompagnano i visitatori verso il vecchio sito, portano con sé tutta la drammaticità di quello che avvenne durante la notte del 1968, anche a discapito del magnifico panorama di cui si gode percorrendo la strada, perché non appena si arriva, si percepisce davvero il dramma da cui si è tentato di prendere le distanze ma che, non appena vi si scorge oggi l’opera di Burri, ti piomba addosso come un macigno. Figuriamoci quando ancora era visibile ciò che era rimasto del borgo di Gibellina, “un cambiamento di scena netto ed un impatto traumatico” – dice Massimo Recalcati nel suo bellissimo libro intitolato “Alberto Burri. Il grande Cretto di Gibellina”, per la cui presentazione, il celebre psicoanalista e saggista ha tenuto una conferenza al Maxxi di Roma dedicata al lavoro di Burri ed a cui ho partecipato con grande interesse.

Questo è lo scenario che gli si presentò davanti.

La prima immagine è tratta da  https://www.primapaginamazara.it/46-anniversario-del-terremoto-del-belice-gibellina-seconda-parte/ ; la seconda immagine è tratta da http://www.meteoweb.eu/foto/terremoto-ingv-50-anni-dal-sisma-del-belice-foto/id/1030664/#1

“Andammo a Gibellina con l’architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento” 

Alberto Burri, 1995

Ed è proprio guardando questo scenario che Burri ha l’intuizione di ciò che nella sua mente già vedeva, di ciò che quel poco di assetto urbano rimasto gli ha trasmesso e comunicato nell’anima e che ha fatto sì che realizzasse quella che oggi è considerata l’opera di “land art site-specific” più estesa d’Europa, con i suoi circa 86.000 metri quadri di superficie: Il Cretto di Gibellina o più comunemente conosciuto come il Grande Cretto di Alberto Burri.

La prima immagine è tratta da  https://www.primapaginamazara.it/46-anniversario-del-terremoto-del-belice-gibellina-seconda-parte/ ; La seconda immagine è il Cretto di Gibellina © Raffaella Matocci

Scrive Recalcati:

In quest’opera il rapporto tra la pratica dell’arte e l’eccesso ingovernabile della vita e della morte risulta centrale. Burri prova a restituire in uno stesso movimento d’insieme sia la forza impetuosa e matrigna della vita (il terremoto) che l’esperienza del lutto e della morte che ad essa si accompagna. Guardando la distesa bianca e grigia del Grande Cretto sono due le prime impressioni che colpiscono: la potenza della scossa sismica, restituita attraverso le crepe che solcano il Cretto, e l’esperienza del lutto e della morte, consegnata dalla pietas con la quale la “mano” dell’artista scrive la sua silenziosa orazione funebre commemorando i morti

Il Cretto di Gibellina © Raffaella Matocci

Una spiccata sensibilità e compassione sono così espressi attraverso la sua opera.

Ma chi è stato davvero Alberto Burri? Come ha fatto un uomo ad entrare così in sinergia con il concetto della morte e della vita allo stesso tempo, tanto da riuscire contemporaneamente, attraverso la sua arte, sia a restituire la potenza della devastazione sia quella della vita, attraverso la nascita di nuove forme?

Alberto Burri è nato nel 1915 a Città di Castello, in Umbria, e le sue prime opere si collocano tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Cinquanta. La formazione dell’artista, da sempre, è stata una formazione tesa alla sperimentazione e all’indagine delle qualità espressive della materia, tanto da escludere in campo pittorico tutto ciò che fosse figurativo, a favore di immagini assolutamente astratte ed “informali”. L’interesse per Burri è stata la forza espressiva della materia: tele tinte di rosso o nero su cui incollava sacchi di iuta, utilizzo di oggetti usati e logorati, intesi come residui solidi dell’esistenza. Dal 1957 in poi, con la serie delle “combustioni” ha introdotto  il fuoco tra i suoi strumenti di lavoro artistico e la sua arte ha compiuto una svolta lì dove l’usura che segnava i materiali non era più quella della «vita», ma quella di un’energia che ha assunto un valore quasi metaforico primordiale e che ha accelerato la corrosione della materia stessa. La sua massima espressione poetica del concetto di “consunzione”, inteso come logoramento ed usura della materia, ha trovato la giusta applicazione nella serie dei Cretti, che ha avuto corso dagli anni Settanta in poi: le opere, non più pittoriche, ma decisamente plastiche, venivano realizzate su grandi superfici di cellotex, compensato o alluminio, sulle quali distendeva un’amalgama di materiali, solo a lui tutti noti, tra cui il bianco, lo zinco e le colle viniliche, (impasto scoperto da lui stesso e da lui denominato “acrovinilico”) e dove non era più il fuoco a rendere drammatica la materia, “ad infliggere la ferita” come dice Recalcati, ma la disidratazione, cioè il processo naturale dell’essiccazione della stessa.

“Grande Bianco”, 1971 http://exhibitions.guggenheim.org/burri/art/cracks/grande-bianco-1971

“Nero Cretto”, 1976  http://exhibitions.guggenheim.org/burri/art/cracks/nero-cretto-1976

La tematica dei Cretti non era quindi nuova a Burri, era un tema che aveva già trattato in passato nella sua ampia produzione e che in qualche modo aveva anticipato la realizzazione di quest’opera di land art, dove si può, oggi,  ben cogliere quale sia il nesso tra le prime opere e quella di Gibellina: il tema del tempo, dunque, il tema della vita e della morte come percorsi sostanziali dell’essere.

In questo caso non è stata la forza violenta del sole a segmentare la terra, come quella che Burri vide nel viaggio che fece nella Death Valley, o il processo di consunzione a segmentare la materia, ma è stato il movimento della terra a spezzare un territorio.

L’approccio di Burri a Gibellina Vecchia, a mio avviso, è un approccio inverso rispetto a quanto fatto fino ad allora: non fa in modo che emerga il taglio provocato dal tempo ma fa in modo che il tempo tenga traccia dello squarcio emerso.

È questa, senza dubbio, la forza che emerge dall’opera, forse troppo introdotta nei clichés degli artisti quando la si definisce un’opera di land art. Al di là della delineazione delle fenditure, entro cui si cammina e che ripercorrono le vie ed i vicoli ricalcando la planimetria del Borgo, ed al di sotto dei blocchi, compattati con cemento armato ed alti circa un metro e sessanta, tanto da permettere una vista aperta e complessiva, ci sono le macerie di un paese che non esiste più, vi è la vita perduta di tante persone, vi è la loro casa, la loro identità.

Quello che Burri non aveva messo in conto, sicuramente, essendo morto nel 1995, proprio nel decennio in cui la tecnologia avanza e la portabilità dei telefoni cellulari è tale che vengono messi a disposizione dei consumatori medi, è che non tutti i visitatori del Cretto si rendono conto di dove stiano camminando ed il metro e sessanta di altezza, che li costringe ad una foto tra le vie del Borgo e li separa dal selfie dell’anno o dalla foto di gruppo delle vacanze, è superata anche a costo di arrampicate fisicamente complicate e salti di discesa rocamboleschi a rischio rotule.

Il Cretto di Alberto Burri, il Cretto di Gibellina, è un monumento alla memoria, è la testimonianza di un accaduto, è la storia di un pieno rimasto che racconta di un vuoto lasciato


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Raffaella Matocci, architetta, laureata presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, svolge la sua attività professionale da oltre quindici anni, dapprima come Responsabile di Cantiere, poi, dopo aver fondato lo Studio di Architettura ed Ingegneria con la sorella ingegnere, come Progettista architettonico e Direttrice Lavori all’interno dei piani di lottizzazione attuati nella Capitale. Come architetta, partecipa anche a diversi concorsi nazionali; svolge, parallelamente, l’attività di comunicazione attraverso lo studio della parte visuale, grafica ed editoriale di progetti fotografici in qualità di Art Director, e quella di docente di Grafica presso il Ministero della Difesa – Scuola di formazione e perfezionamento del personale civile e militare. Socialmente impegnata ed attiva nelle zone terremotate del Centro Italia e nel territorio, divulga progetti scrivendo articoli, interventi e notizie sull’architettura, l’arte e la fotografia. Socia attiva di Amate l’Architettura, Movimento per l’Architettura Contemporanea, con la quale svolge attività di valorizzazione/diffusione della cultura architettonica, con una particolare attenzione ai temi sociali, e Co-fondatrice di Diatomea divulga progetti svolti singolarmente e collettivamente sulla piattaforma web.